Shutter Island: L'incapacità di accettare la realtà e il senso di colpa.

"Che cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da uomo per bene?".
Con questa frase, detta dal protagonista finisce il film di Martin Scorzese "Shutter Island", del 2010, interpretato da Leonardo di Caprio, Mark Ruffalo e Michelle Williams ( nota in Italia soprattuto per l'interpretazione di Jen nella serie televisiva "Dowson's Creek"), che riprende l'omonimo romanzo di Dennis Lehane .
Proprio questa affermazione è la chiave di lettura di tutta la vicenda psicologica del protagonista Andrew Laeddis (Di Caprio), ex investigatore della polizia, reduce della seconda guerra mondiale, dove ha assistito a delle atrocità, che ne condizionano la sua salute mentale, ricoverato nel 1952 nel manicomio criminale situato sull'isola-fortezza di Ashecliffe, nella baia di Boston, per aver ucciso la moglie Dolores Chanal (Williams), dopo un impeto di rabbia e disperazione provocati dal gesto imprevedibile di lei di uccidere i tre figli annegandoli nel laghetto di casa.
A seguito di questo episodio Andrew contrae una psicosi per cui soffre di allucinazioni, è violento nei confronti del personale del manicomio e dei pazienti e nega il suo crimine, inventandosi delle storie fantasiose nelle quali tutti recitano una parte ben precisa. Tali storie prendono il posto dei suoi ricordi e della vita reale che vive all'interno dell'istituto.
Dopo la seconda guerra mondiale i manicomi criminali erano delle strutture che avevano delle regolamentazioni incerte, soprattutto per quanto riguarda il modo di curare i pazienti. C'era infatti chi ancora sosteneva i vecchi metodi della chirurgia psichiatrica, fatti di interventi per asportare parti di cervello e interventi di lobotomia volti a rendere innoqui i pazienti più violenti. Mentre i dottori più all'avanguardia nel settore sostenevano le cure a base di farmaci e l'interazione paziente-dottore volta a redere consapevole il paziente della propria malattia.
Di fronte al caso di Andrew, la commissione della struttura è divisa. Tuttavia il primario John Cawley e il medico curante, il dottor Sheehan, decidono di assecondare le fantasie di Andrew creando un gioco di ruoli, che coinvolge tutta la struttura, allo scopo di far prendere coscienza al paziente della sua reale situazione.
In questo gioco di ruoli, il protagonista è un agente dell'F.B.I. Edward Daniels, al quale è morta la moglie per un incendio provacato dal custode del condominio dove vivevano, Andrew Laeddis, che con il suo collega Chuck Aule (Dr. Sheehan) approdano sull'isola per risolvere il caso della scomparsa di una paziente, Rachel Solando, che poi viene ritrovata quasi subito. Ciò che però interessa ad Edward è cercare di scoprire che cosa realmente avviene all'interno di quella struttura. Nella sua fantasia malata, in quel luogo si farebbero esperimenti psichiatrici per creare spie da controllare e da mandare nei territori della cortina di ferro in missione. Questa serebbe un'indiscrezione avuta da un ex paziente del posto, George Noyse, che ritrovarà all'interno della struttura. In questa sua avventura fantasiosa, tutti gli "attori" coinvolti cercano di far ricordare a Andrew quello che relamente gli è accaduto e qual'è la sua malattia.
Infatti fin dall'inizio del film compare un cartello con la scritta "Ricordatevi di noi perché anche noi abbiamo vissuto, amato, riso", che unito alla musica che ascolta nell'ufficio del dr. Cawley e al fatto che beva Wisky, gli permettono di ricordare il suo alcolismo dovuto allo shock che ha provato durante la seconda guerra mondiale entrando nel campo di concentramento di Dachau.
Chuck Aule cerca di fargli ricordare la sua situazione chiedendogli, dopo un'osservazione di Andrew, come faccia a sapere che la recinsione del manicomio è elettrificata.
Gli stessi pazienti della struttura lo riconoscono quando passa e lo salutano, mentre le guardie carcerarie si tengono a distanza da lui, come se avessero paura, e questo induce Edward Daniels (Andrew) a riflettere sul perché di quella familiarità e di quella diffidenza.
La stessa Rachel Solando presenta le reali caratteristiche di Dolores e di Andrew: ha annegato i suoi tre figli, rifiuta la realtà, si inventa storie in cui tutti svolgono un ruolo, è fuggita perché non accetta il fatto di aver ucciso i figli, suo marito è morto, ma era un alcolizzato e violento, e quando viene interrogata dopo il ritrovamento, pronuncia le stesse frasi che la moglie a detto a Andrew dopo aver ucciso i suoi figli.
Vengono inventati degli enigmi a posta per farlo ricordare, come quello che è scritto nel fogliettino che viene ritrovato nella cella di Rachel, messo apposta dal personale: "La regola del 4. Chi è 67?". Infatti la regola del quattro rappresenta i nomi del protagonista e della sua moglie anagrammati in questo modo:
NOMI FITTIZI NOMI REALI
Edward Daniels Andrew Leaddis
Rachel Solando Dolores Chanal
Mentre il 67 rappresenta il numero di Andrew, poiché i dottori affermano che nella struttura ci sono 66 pazienti, ma in realtà ne manca uno, che è proprio il protagonista.
Tutti questi stratagemmi e questi enigmi trovano la loro soluzione alla fine del film, dove Andrew, grazie anche alle continue allucinazioni e ai sogni che fa, riesce a ricordarsi tutta la sua vicenda capendo anche il perché di questa sua rimozione: l'incapacità di accettare la realtà.
A questo punto il dottor John Cawley lo avverte dicendo che anche nove mesi prima avevano tentato questo esperimento e che lui sembrava essere guarito, per poi ricadere nella situazione vissuta negli ultimi giorni. Gli dicono che quello è l'ultimo tentativo, dopo di ché verrà lobotomizzato, e questa è una pratica che loro non vorrebbero attuare. Perciò cercano, attraverso alcune domande di verificare che il paziente, finalmente abbia accettato la situazione. Sul momento sembra così, ma nella scena finale si vede Andrew a sedere sulla scalinata dell'ingresso principale della struttura che parla con il dr. Sheehan, chiamandolo Chuck e ricominciando con la solita storia inventata da lui. Il dottore allora si rassegna al fatto che in realtà non è guarito e che perciò il paziente dovrà essere lobotomizzato. Tuttavia, prima di alzarsi e consegnarsi agli infermieri per essere lobotomizzato, Andrew fa l'affermazione che abbiamo riportato all'inizio dell'articolo.
Questa affermazione mette in dubbio che il paziente sia ricaduto nella sua psicosi, e che volutamente voglia farsi lobotomizzare per dimenticare definitivamente l'orrendo crimine che ha commesso sua moglie e quello commesso da lui.

Per concludere volevo fare una riflessione su "Shutter Island" ponendo l'accento proprio da quell'ultima frase pronunciata da Andrew: "Che cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da persona per bene?". Questa frase mette in evidenza due aspetti: l'incapacità di Andrew di accettare la realtà della sua storia e il continuo senso di colpa per ciò che è che lo attanaglia.
Infatti il protagonista si sente responsabile della morte dei suoi figli, perché, a suo dire, avrebbe dovuto accorgersi che la moglie era malata, invece di rifugiarsi nel lavoro e nel suo alcolismo. Inoltre non riesce a perdonarsi l'impeto di rabbia che lo ha portato ad uccidere con un colpo di pistola Dolores, tanto da considerarsi un mostro. Non accetta il fatto di essere una persona incline alla violenza, tanto che tutte le volte che qualcuno glielo ricorda nel film, nega di essere una persona del genere. Nega fino all'ultimo di aver aggredito il personale della struttura e i pazienti, e quando non può più negare l'evidenza, cade nella disperazione più totale e sviene. Per questo sceglie l'epilogo più drammatico per la sua vicenda. È meglio infatti per lui morire dimenticando definitivamente quello che ha fatto, piuttosto che affrontare coscientemente il proprio problema e la propria situazione psicologica e fare i conti con l'atrocità che ha commesso.
Questo film perciò, pone delle serie riflessioni etiche e morali sulla modalità di affrontare le proprie problematiche da parte delle persone. Quante volte ci sembra più facile cadere nell'oblio piuttosto che affrontare i nostri problemi? Quante volte preferiamo scomparire, nasconderci, o girare la testa di fronte alle difficoltà della vita? In fondo Andrew Leaddis rappresenta l'uomo contemporaneo: la sua incapacità di accettare la realtà e la necessità di vivere nella fantasia, nei sogni, nei propri ideali dai quali non vuole uscire e nei quali si ostina a rimanere.

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