The Jacket

Amnesia, percezione temporale, manicomi criminali e rapporto con la morte visti con gli occhi di John Maybury.

Nel cinema vengono spesso trattati argomenti inerenti alla psicologia e alla teoria della mente, molto probabilmente perché danno la possibilità ai registi di sbizzarrirsi in teorie fantasiose e nello stesso tempo affascinanti, a causa della mancanza di dati scientifici certi e solidamente comprovati.
È il caso del regista inglese di "nicchia" John Maybury, nato nel 1958, eletto nel 2005 uno dei cento personaggi gay più influenti della Gran Bretagna, che nella sua venticinquennale carriera ha diretto solamente tre lungometraggi. Uno di questi è The Jacket(2005), interpretato da Keira Knightley, Adrien Brody, Jennifer Jason Leigh, Kris Kristofferson e Daniel Craig.

La trama ad una prima visione superficiale appare semplice e lineare. Un reduce della guerra in Iraq, viene rinchiuso in un manicomio criminale dopo essere stato accusato di un omicidio che non ricorda di aver commesso a causa della sua malattia mentale: dopo aver preso una pallotta in testa in Iraq è soggetto ad amnesia. Nel manicomio criminale viene sottoposto a metodi di cura obsoleti e a sperimentazioni vietate che lo portano a viaggiare nel tempo con la mente e a poter modificare gli eventi del futuro, grazie alle scelte che lui compie nel presente. In realtà la scena iniziale e quella finale, grazie anche a particolari tecniche di dissolvenza, instillano un dubbio nello spettatore che cercheremo di descrivere dopo aver analizzato i veri temi inerenti la psicologia e la psichiatria che questo film ci propone.

Amnesia. In questo film, l'amnesia di cui soffre il protagonista Jack Starks, viene descritta non come perdita tolate di memoria, ma come una sorta di amnesia lacunare retrograda transitoria con recupero progressivo. È la perdita di memoria che interessa uno specifico periodo di tempo di poche ore o giorni, dovuta ad un trauma subito e che riguarda fatti antecedenti tale trauma. Essa è transitoria e progressiva poiché durante il film, il protagonista tende a riacquistare piano piano le funzionalità normali della memoria. Tuttavia tale recupero si presenta in maniera anomala poichè i ricordi che riaffiorano alla coscienza di Jack si mescolano con il suo remoto passato e con un futuro propabile in cui il protagonista si proietta con la mente (e forse anche con il corpo) durante la sua permanenza in dei cassetti da obitorio in cui viene rinchiuso, dopo essere stato imbottito di psicofarmaci.

Mente e percezione temporale. Generalmente si usa dire che il tempo della mente è diverso dal tempo cronologico. Ed effettivamente la percezione del tempo varia da soggetto a soggetto e da situazione a situazione, tanto che 5 minuti per qualcuno possono risultare un tempo lunghissimo, mentre per altri un tempo estremamente breve. Ed altrettanto convintamente si afferma che, sebbene la mente possa viaggiare con la fantasia attraverso passato, presente e futuro, è impossibile che possa viaggiare attraverso il tempo reale. In questo film invece sembra proprio che la mente possa non solo viaggiare nel tempo in maniera reale e concreta, ma che, come abbiamo già accennato nella trama, il soggetto possa modificare il corso degli eventi futuri già conosciuti attraverso il cambiamento di quelli nel presente. Questo consente al protagonista di avere un rapporto con il tempo confusionario che lo porta a dubitare di ciò che sta vivendo e a chiedersi in quale tempo si trovi, tanto che la prima volta che si sveglia dopo essere stato nel futuro chiede: "In che anno siamo?" Come se da una parte volesse pensare di aver sognato, ma dall'altra, a causa delle percezioni che vive durante i "suoi viaggi", non riesca a capire in che tempo stia vivendo.


I manicomi criminali. Jack Starks non è uno schizofrenico, non è un sociopatico, non è un malato di Alzheimer, non ha una personalità dissociata, non è autistico, non è nevrotico e non ha neppure commesso un reato a causa di queste malattie, ma ha solamente un'amnesia causata da un colpo di pistola alla testa, che non gli permette di dimostrare la sua innocenza. Eppure, nel somministragli le cure, viene trattato e considerato dai medici alla stregua di tutti gli altri pazienti che soggiornano nel manicomio criminale. In più il medico che si occupa nello specifico del suo caso lo considera un mentitore, e per questo motivo si accanisce contro di lui. In questo modo si capisce abbastanza chiaramente l'opinione del regista riguardo a queste strutture e induce in chi lo guarda un profondo senso di ingiustizia e di disumanità.
Infatti questo manicomio criminale risulta essere un luogo di sperimentazione selvaggia e a volte crudele sui pazienti, che vengono sottoposti a iniezioni e alla somministrazione di psicofarmaci in pastiglia in maniera eccessiva, tanto da renderli inerti e in preda ad allucinazioni. Senza contare che al protagonista viene messa una camicia di forza ("jacket" in inglese) e, attraverso una barella viene posto dentro a dei cassetti d'obitorio vuoti, dove di per sé dovrebbero esserci dei cadaveri.
Ovviamente è una storia di fantasia, ma tuttavia il regista pone un punto interrogativo importante su queste strutture che già in passato hanno suscitato polemiche e che tutt'ora sono protagoniste di alcuni dibattiti legislativi anche nel nostro paese (ci sono strutture dichiarate fuori legge, che però continuano ad essere operative).

La Scena finale. Per concludere questa nostra disamina, volevo porre l'accento sul dubbio che lo spettatore inevitabilmente ha, guardando la scena finale che, se letta in un certo modo, può mettere in discussione tutto ciò che uno ha visto sullo schermo fino a quel momento.
Il protagonista, dopo un ennesimo "viaggio" nel tempo, si risveglia su una barella nel manicomio criminale. Decide di andare a casa della ragazza che ha incontrato nel futuro (nel presente è una bambina), portando alla madre (alcolizzata depressa) una lettera, per spingerla a smettere di bere e di fumare, perché da quello dipenderà il futuro di suo figlia. Dopo essere ritornato, accompagnato da una dottoressa (Jennifer Jeson Leigh), ha un mancamento e scivola sul ghiaccio (siamo in inverno) e batte la testa iniziando a perdere molto sangue. Debolissimo, chiede insistentemente di essere rimesso con la camicia di forza nel cassetto per vedere se questa sua azione ha cambiato il corso degli eventi futuri. Una volta dentro il cassetto, abbiamo l'inquadratura del suo volto, che, prima che lui possa riproiettarsi nel futuro, diventa sporco di terra, e con la benda sulla testa, come nella scena iniziale del film, quando Jack è in Iraq, appena colpito dalla pallottola. Abbiamo una dissolvenza bianca, e di nuovo siamo nel futuro, dove le cose sono cambiate e dove la ragazza vive una vita serena con sua madre. Dopo di ché finisce il film.
Quello che abbiamo descritto in questo paragrafo sembra, come dicevo, mettere in discussione tutto il film, tanto da istillare in noi una domanda: e se tutto quello che il protagonista ha vissuto fosse in realtà frutto della sua immaginazione? E se in realtà lui fosse morto in Iraq e quello che vediamo sia solo ciò che gli è passato nella mente poco prima di morire?
Per spiegarmi meglio: se diamo un interpretazione del genere al film, vuol dire che il regista ci ha voluto raccontare ed ha voluto immaginare che cosa potrebbe passare nella mente di una persona quando si trova di fronte alla morte. Generalmente si suole dire che quando una persona si trova di fronte alla morte, gli passa davanti tutta la sua vita. E se invece di passargli davanti tutto il passato, si immaginasse uno scenario futuro che vada oltre la morte?
Infatti il film inizia con una frase sconvolgente detta dal protagonista fuori campo: "Avevo 27 anni la prima volta che sono morto...". Dunque The Jacket non sarebbe altro che uno studio psicologico del regista sulla mente umana e il suo rapporto con la morte; sulla capacità immaginifica della mente di fronte a situazioni estreme e drammatiche; sulla forte volontà che la mente ha di ingannare la realtà ed ingananrsi per l'incapacità di accettare l'inevitabile, il doloroso, l'inaccettabile; sull'estremo desiderio che la natura umana ha di sopravvivere anche alla propria morte.

Riassumendo, la pellicola di John Maibury è un film che, prima di tutto si interroga sull'utilità e sull'effettiva efficacia dei manicomi criminali; che descrive ed espone in maniera convincente e realistica tutte le problematiche riguardanti l'amnesia, e in più ci fa riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha o dovrebbe avere con la morte. Per tutti questi motivi, possiamo affermare che The Jacket è un film affascinante e interessante, che vale la pena di essere guardato, nonostante, come al solito, la critica e il pubblico non gli abbiano reso il giusto merito.



Immagine tratta da: www.impawards.com

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