Pensieri e Parole

Pensieri e parole recitava una famosa canzone di un paio di decenni fa…ed è proprio sul rapporto, ormai sempre meno limpido, che intercorre tra i primi e le seconde che intendo interrogarmi con questo articolo.
Chi viene prima? È il pensiero a dare vita e nutrimento al linguaggio o è, forse, quest’ultimo, attraverso reiterazione ed abitudine, a modificare, se non addirittura sostituirsi, al primo?
In che modo e in quale misura il modo in cui parliamo e i termini che quotidianamente utilizziamo possono modificare il nostro modo di pensare e di vedere il mondo?

Habermas era (ed è tutt’ora) un accanito sostenitore del potere del linguaggio nell’influire sulla vita politica e nel modificarne la pratica.
Secondo il filosofo tedesco nel linguaggio della politica o, comunque, della vita sociale e socialmente condivisa si utilizzano, in maniera più o meno consapevole, proposizioni che contengono già in sé una pretesa di validità: la pretesa di giustezza o correttezza.

Per semplificare: nel momento in cui io pronuncio una frase che si riferisce alla sfera sociale e/o politica faccio riferimento ad un mondo che non è né completamente oggettivo né completamente soggettivo; si tratta del mondo delle norme e si tratta di una sfera intersoggettiva. Le norme, infatti, non sono oggettive in quanto non appartengono ai fatti biologici, alla natura ma sono frutto di accordi, negoziazioni e revisioni fatte da noi esseri umani; non sono, del resto, nemmeno soggettive in quanto vengono create e condivise da più soggetti appartenenti alla stessa società.
Dunque nell’atto di pronunciare una frase che fa riferimento a questo universo intersoggettivo io implicitamente avanzo la richiesta che la mia proposizione venga riconosciuta come valida e, pertanto, corretta, anche dagli altri individui appartenenti alla medesima sfera sociale di riferimento.
Esempio, se io sostenessi: “L’aborto è un diritto” non farei una semplice asserzione, avanzerei la richiesta di un riconoscimento di quanto da me sostenuto da parte dei miei interlocutori ovvero degli altri soggetti coinvolti insieme a me in una determinata conversazione. In altre parole chiederei, implicitamente, loro di riconoscere come corretta e, quindi, normativamente giusta, la mia affermazione riguardante la sfera socio-politica condivisa.
Ma con questo articolo voglio scendere ancora più in profondità, non voglio fermarmi alle proposizioni, voglio sviscerarle e analizzare i singoli termini che le compongono per cercare di capire quanto questi ultimi possano influire sul nostro pensiero, sul nostro “vivere sociale”, sul nostro modo di vedere il mondo e approcciarci ad esso, sul nostro “fare politica”.

I termini con cui comporre frasi si stanno moltiplicando a vista d’occhio, entrano ed escono dal nostro linguaggio quotidiano senza che nemmeno ce ne accorgiamo e una parola di cui fino a due giorni prima nemmeno conoscevamo l’esistenza è già diventata una delle più utilizzate dai Media: femminicidio!
Che cos’è il “femminicidio”? Indica un fenomeno reale o è solo un termine ridondante di cui avremmo anche potuto fare a meno? Modifica o modificherà in qualche modo la nostra vita, la nostra cultura, il nostro sguardo sulla società? Soprattutto: è nato dopo un’analisi pensata di un gravissimo fenomeno sociale in continua crescita oppure, all’inverso, è nato per cominciare a farci pensare a questo fenomeno sociale? Ritorniamo al mio quesito di partenza: viene prima il pensiero o il linguaggio?
Molti già lo sapranno ma mi sembra doveroso soffermarmi due righe per spiegare il significato del neologismo che ho scelto di utilizzare: con il termine “femminicidio” si vuole indicare il fenomeno di uccisione delle donne in quanto donne! Uccisione che avviene molto spesso da parte di mariti, fidanzati, corteggiatori in seguito a rifiuto e/o abbandono da parte del soggetto femminile alla quale, in quanto donna e quindi “sesso debole” non viene riconosciuto, da parte di questi individui, il diritto di rifiutare o mettere fine ad un rapporto.
Si tratta, evidentemente, di un termine “dell’ultima ora”, una parola nuova entrata da poco nell’elenco dei nostri vocaboli: l’uccisione di donne è sempre avvenuta, come del resto anche l’uccisione di uomini, ma non si era mai creato prima d’ora un termine apposito per nominare il fatto: si trattava di omicidio punto e basta, a prescindere dal sesso e dal genere del soggetto ucciso!
Perché allora creare, inventare, un termine apposito? Forse, penso io, perché mentre, statisticamente, il numero degli omicidi “in generale” è diminuito, in proporzione, è aumentato a dismisura il numero di donne uccise da uomini per motivi che si somigliano fin a sovrapporsi: l’uomo uccide la donna che lo ha respinto o che lo ha lasciato! Si è creato un fenomeno: la donna si permette di lasciare o di rifiutare l’uomo. Secondo fenomeno: l’uomo uccide la donna per non subire la vergogna del rifiuto o dell’abbandono. A questo punto, affinché il fatto non passi inosservato e ci induca a riflettere in maniera più attenta e scrupolosa su questa (nuova?) piaga sociale, si è creato un termine.
L’intento sarebbe, quindi, quello di indurci, per mezzo dell’utilizzo quotidiano di un termine specifico e creato appositamente, a guardare anche il fenomeno, che da tale termine viene indicato, in modo altrettanto specifico; specifico proprio nel senso di fenomeno a sé, differente dagli omicidi avvenuti fino ad ora, differente. L’intento sarebbe, in poche parole, quello di modificare il pensiero attraverso la pratica linguistica: linguaggio diverso deve dare vita a modo di pensare diverso.

Quindi il percorso avvenuto è questo: il fenomeno sociale nuovo fa nascere l’esigenza di un neologismo per essere identificato e sottolineato; a sua volta un linguaggio nuovo come “stimolo” per un pensiero nuovo e, infine, un nuovo approccio nei confronti del fenomeno medesimo. Una compenetrazione perfetta tra pensiero e linguaggio in cui, tuttavia, resta un mistero chi preceda cosa, cosa venga prima.
Tuttavia il punto focale è, a mio avviso, ancora un altro: un neologismo può effettivamente assolvere il compito sociale per cui viene creato oppure è semplicemente una semplice e forse inutile ridondanza che crea soltanto equivoci e confusione?
Rimanendo sempre sul nuovo termine “femminicidio”: è davvero utile a guardare con occhi diversi e più attenti un fenomeno sociale in costante crescita oppure crea un’inutile distinzione all’interno di una piaga sociale esistente da anni? È davvero così necessario creare un termine specifico per parlare di donne che vengono assassinate da uomini per ragioni legate al loro sesso oppure già il termine più generico omicidio era sufficiente in quanto l’uccisione di un essere umano da parte di un altro essere umano è sempre esistito e il sesso o il genere di vittima e carnefice non è così rilevante?
È utile rimarcare il fatto che siano (quasi) sempre donne i soggetti uccisi e uomini gli assassini oppure è controproducente in quanto ancora una volta si va a sottolineare una differenza supposta tra una donna/vittima/debole e un uomo/carnefice/forte?

Il rapporto tra pensieri e parole è e deve essere una relazione osmotica, dinamica e in continua evoluzione. Non penso sia così importante stabilire chi precede cosa; il linguaggio in qualche modo può modificare il pensiero, le idee e la visione del mondo con tutti i suoi fenomeni così come sicuramente la nascita di nuove idee necessita l’evoluzione del linguaggio. Ciò che, a mio avviso, davvero conta è che la creazione di neologismi non sia sterile e fine a se stessa e che le “parole nuove” non vadano a supplire una mancanza di idee nuove.


Immagine tratta da: www.educazionesostenibile.it

di Samanta Airoldi [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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