Libertà e obbedienza

A molti lettori il titolo che ho scelto sembrerà un paradosso: che rapporto può mai esserci tra l’essere liberi e obbedire? In questo articolo cercherò di dimostrare come i due sopracitati concetti di “libertà” e “obbedienza” siano legati indissolubilmente l’uno all’altro.
Si è liberi quando si ha autonomia di pensiero, si ha autonomia di pensiero quando si ha consapevolezza, si ha consapevolezza quando si obbedisce unicamente alla propria ragione intesa come legislatrice di massime passibili di universalizzabilità.

Che cosa significa la suddetta asserzione? Procederò per ordine scomponendola in tre problemi distinti:
1. Che cosa significa avere autonomia di pensiero? È possibile raggiungerla?
2. Cosa significa obbedire alla propria ragione?
3. Cosa significa “ragione intesa come legislatrice di massime universalizzabili”?


1) Si ha autonomia di pensiero quando si è in grado di discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è a prescindere dai condizionamenti ricevuti dalla famiglia, dalla tradizione, dalla religione, dall’ambiente socio-culturale insomma e quando, soprattutto, si è in grado di passare al vaglio critico della ragione questi stessi condizionamenti per valutare se essi siano giusti oppure no: il soggetto autonomo, pertanto, non assorbe tutto ciò che gli viene trasmesso come una spugna ma è in grado di stabilire cosa accettare e cosa no sulla base della distinzione universale giusto/sbagliato.
A tal proposito è necessario fare un passo indietro e spiegare cosa intendo quando utilizzo il termine “Giusto”. All’interno della teoria da me propugnata “giusto” sta per “universalmente accettabile” a prescindere dall’ambiente socio-culturale di appartenenza e/o provenienza. È un concetto sociale e intersoggettivo: non riguarda la sfera privata dell’individuo ma l’ambito di relazioni interpersonali in cui il singolo è quotidianamente inserito.
Nella mia teoria il concetto di “giusto” è nettamente separato e distinto dal concetto di “bene” che, invece, è strettamente soggettivo e riguarda unicamente la sfera privata dei soggetti.
Per spiegare come la si raggiunge la sopracitata “autonomia” mi viene in aiuto la teoria di L. Kohlberg in merito allo sviluppo morale e relazionale del soggetto.
Kohlberg, ispirandosi alla teoria dello sviluppo cognitivo di Jean Piaget, punta a dimostrare l’esistenza di stadi universali nel processo di sviluppo morale.
Le teoria di Kohlberg, che qui esporrò alquanto sinteticamente, presenta lo sviluppo morale come articolato in tre livelli: preconvenzionale, convenzionale e postconvenzionale.
Il passaggio da uno stadio all’altro comporta cambiamenti di tipo qualitativo piuttosto che quantitativo; non avviene tramite un salto ma è determinato da un processo attivo di apprendimento nel quale il soggetto rielabora dati cognitivi già presenti e risponde alle sfide della morale secondo modalità sempre più traducibili in termini universali.
Questo processo avviene secondo sequenze universali: ogni individuo, seppur con ritmi e contenuti esperienziali differenti, percorre le medesime tappe nel medesimo ordine.

Lo stadio preconvenzionale è caratterizzato dal fatto che i rapporti interpersonali vengano concepiti in termini di reciprocità.
Es: Il bambino obbedisce alla mamma affinché la mamma gli compri un giocattolo.
Prende avvio il processo di discernimento tra il mondo esteriore e il mondo interiore ma le norme morali del mondo sociale non sono ancora interiorizzate, vengono avvertite come qualcosa di imposto dall’esterno cui si deve obbedienza sulla base della logica ricompensa/punizione.

Il passaggio dallo stadio preconvenzionale allo stadio convenzionale è scandito dall’entrata in gioco della prospettiva della terza persona.
La prospettiva IO/TU è integrata da quella impersonale della terza persona.
Al mondo esteriore dei fatti e a quello interiore delle convinzioni si aggiunge la dimensione sociale delle norme le quali, tuttavia, neppure a questo livello possono dirsi propriamente interiorizzate. L’individuo non le ha ancora fatte completamente proprie; vengono piuttosto percepite come un parametro sociale in base cui valutare l’appropriatezza di comportamenti e interazioni.
Queste ultime sono intese come attese di comportamento che nutrono gli uni nei confronti degli altri sulla base di aspettative sociali condivise.
I valori di riferimento sono esemplati sul modello di una società storicamente e culturalmente determinata
La validità di una norma si riduce al suo valore sociale e le questioni morali sono ricondotte entro l’orizzonte di “ciò che è buono per noi in quanto appartenenti ad una determinata società”.

Lo stadio postconvenzionale segna il passaggio dal contestuale all’universale.
Le prospettiva della prima, seconda e terza persona si integrano con le prospettive sul mondo.
Le questioni morali si affrancano da particolarismi socio culturali per intraprendere la strada verso una giustizia universalmente valida.
Le norme vengono ora valutate non più per il loro valore sociale ma per la loro validità (universale) e la domanda morale fondamentale non sarà più “Che cosa è BENE per noi?” ma “Che cosa è GIUSTO per chiunque si trovi in questa situazione?”.
Il mondo sociale viene, pertanto, a distaccarsi dal mondo naturale per divenire esso stesso oggetto di discussione; viene problematizzato alla luce di paradigmi di giustizia universalmente validi e, sulla base di tali paradigmi, vengono giudicate anche le interazioni comunicative con le rispettive pretese di validità sollevate.
Le situazioni vengono interpretate secondo parametri astratti e universalizzati, perdono la concretezza di un mondo sociale dato per scontato con le relative certezze valoriali da esso garantite.
Il passaggio dal livello convenzionale al livello postconvenzionale comporta, pertanto, una sorta di sradicamento dai valori e dalle certezze su cui si era impostata, per così dire, la propria vita.


2) Obbedire alla propria ragione, quindi, significa agire secondo il modello postconvenzionale e, pertanto, a prescindere dai propri egoistici interessi e da insegnamenti e tradizioni provenienti dalle nostre rispettive famiglie, religioni, culture, ecc…
Esempio: se vengo a scoprire che una persona a cui sono molto legata è un pericoloso criminale è giusto che io lo denunci e agirò obbedendo alla mia ragione e, quindi in modo postconvenzionale e autonomo, facendo la cosa “universalmente giusta” cioè denunciando quella persona anche se vado contro i miei interessi e i miei sentimenti perché è una persona a cui voglio molto bene e magari andando anche contro gli insegnamenti che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia e dal mio ambito culturale che potrebbero avermi insegnato ad anteporre gli affetti alle regole di giustizia.

3) La ragione può dirsi “legislatrice di massime universalizzabili” quando non si lascia influenzare né da influenza provenienti dall’esterno né da influenze interne al soggetto stesso come passioni, istinti, sentimenti, interessi di vario genere.
Le massime possono dirsi universalizzabili se e solo se superano il vaglio dell’accettabilità intersoggettiva intesa come potenzialmente universale: ovvero una massima deve potenzialmente essere accettata da soggetti anche molto diversi e distanti tra loro per stili e scelte di vita, storia, cultura e religione.

Tutto questo per dimostrare che essere liberi non significa banalmente fare sempre e solo ciò che si vuole, quello è un tipo di libertà assolutamente utopica e impraticabile in qualunque posto del mondo. Essere liberi significa primariamente “non essere schiavi” non solo di ciò che è esterno ma anche di ciò che è interno a noi stessi; avere la possibilità di scegliere ma scegliere davvero, con la consapevolezza necessaria per operare una scelta e non spinti da tradizioni e/o precetti assorbiti passivamente e non analizzati criticamente.
Obbedienza e libertà sono conciliabili in quanto, come ho cercato di dimostrare, essere liberi significa avere autonomia di pensiero e avere autonomie di pensiero significa obbedire ad una ragione postconvenzionale, purificata da influenze. Ogni volta, pertanto, che si obbedisce ad una legge e ad un comando ritenuto “giusto” e, quindi, universalmente accettabile a prescindere da qualsivoglia condizione di provenienza e appartenenza, allora si sta obbedendo alla propria ragione e, allora, si è liberi!






Immagine tratta da http://ilquotidianoinclasse.ilsole24ore.com

di Samanta Airoldi [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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