Sviluppo psicologico e responsabilità morale

Un quesito che mi sono sempre posta è se un essere umano qualunque può con le sue sole forze liberarsi dai condizionamenti che gli vengono inevitabilmente dati in età tenera e, talvolta, meno tenera dall’ambiente di provenienza; intendo dire quei fattori familiari e sociali che si “impongono” al bambino e all’adolescente durante gli anni in cui la sua personalità viene formandosi.

Per semplificare mi servirò di un banale esempio: un bambino cresciuto in una società o in un contesto familiare in cui la violenza sulle donne è tollerata se non addirittura approvata, sarà destinato/condannato a reiterare per il resto della sua vita un atteggiamento maschilista e violento oppure, se lo vorrà potrà liberarsi dal condizionamento di ciò che ha visto e vissuto e scegliere per sé una via differente?

Se rispondiamo di no, allora dobbiamo negare l’esistenza del libero arbitrio: se un individuo, pur volendolo, non può plasmare la propria esistenza a prescindere dai condizionamenti ricevuti allora il libero arbitrio non esiste e tutta la nostra vita non dipende in alcun modo da noi ma da ciò che ci è stato trasmesso durante gli anni della formazione.

Se la nostra risposta, invece, è sì, allora dobbiamo ammettere che gli insegnamenti, positivi o negativi, trasmessi dalla famiglia e/o dalla comunità non sono determinanti nelle scelte di vita e, talvolta, diventano un alibi dietro il quale l’essere umano si nasconde per non assumersi pienamente la responsabilità delle proprie scelte di vita.
Un importantissimo contributo in questo ambito è stato fornito dalla teoria dello sviluppo morale di L. Kohlberg.
Kohlberg, ispirandosi alla teoria dello sviluppo cognitivo di Jean Piaget, punta a dimostrare l’esistenza di stadi universali nel processo di sviluppo morale.
Le teoria di Kohlberg, che qui esporrò alquanto sinteticamente, presenta lo sviluppo morale come articolato in tre livelli: preconvenzionale, convenzionale e postconvenzionale.
Il passaggio da uno stadio all’altro comporta cambiamenti di tipo qualitativo piuttosto che quantitativo; non avviene tramite un salto ma è determinato da un processo attivo di apprendimento nel quale il soggetto rielabora dati cognitivi già presenti e risponde alle sfide della morale secondo modalità sempre più traducibili in termini universali.
Questo processo avviene secondo sequenze universali: ogni individuo, seppur con ritmi e contenuti esperienziali differenti, percorre le medesime tappe nel medesimo ordine.

Lo stadio preconvenzionale è caratterizzato dal fatto che i rapporti interpersonali vengano concepiti in termini di reciprocità.
Es: Il bambino obbedisce alla mamma affinché la mamma gli compri un giocattolo.
Prende avvio il processo di discernimento tra il mondo esteriore e il mondo interiore ma le norme morali del mondo sociale non sono ancora interiorizzate, vengono avvertite come qualcosa di imposto dall’esterno cui si deve obbedienza sulla base della logica ricompensa/punizione.

Il passaggio dallo stadio preconvenzionale allo stadio convenzionale è scandito dall’entrata in gioco della prospettiva della terza persona.
La prospettiva IO/TU è integrata da quella impersonale della terza persona.
Al mondo esteriore dei fatti e a quello interiore delle convinzioni si aggiunge la dimensione sociale delle norme le quali, tuttavia, neppure a questo livello possono dirsi propriamente interiorizzate. L’individuo non le ha ancora fatte completamente proprie; vengono piuttosto percepite come un parametro sociale in base cui valutare l’appropriatezza di comportamenti e interazioni.
Queste ultime sono intese come attese di comportamento che nutrono gli uni nei confronti degli altri sulla base di aspettative sociali condivise.
I valori di riferimento sono esemplati sul modello di una società storicamente e culturalmente determinata
La validità di una norma si riduce al suo valore sociale e le questioni morali sono ricondotte entro l’orizzonte di “ciò che è buono per noi in quanto appartenenti ad una determinata società”.

Lo stadio postconvenzionale segna il passaggio dal contestuale all’universale.
Le prospettiva della prima, seconda e terza persona si integrano con le prospettive sul mondo.
Le questioni morali si affrancano da particolarismi socio culturali per intraprendere la strada verso una giustizia universalmente valida.
Le norme vengono ora valutate non più per il loro valore sociale ma per la loro validità (universale) e la domanda morale fondamentale non sarà più “Che cosa è BENE per noi?” ma “Che cosa è GIUSTO per chiunque si trovi in questa situazione?”.
Il mondo sociale viene, pertanto, a distaccarsi dal mondo naturale per divenire esso stesso oggetto di discussione; viene problematizzato alla luce di paradigmi di giustizia universalmente validi e, sulla base di tali paradigmi, vengono giudicate anche le interazioni comunicative con le rispettive pretese di validità sollevate.
Le situazioni vengono interpretate secondo parametri astratti e universalizzati, perdono la concretezza di un mondo sociale dato per scontato con le relative certezze valoriali da esso garantite.
Il passaggio dal livello convenzionale al livello postconvenzionale comporta, pertanto, una sorta di sradicamento dai valori e dalle certezze su cui si era impostata, per così dire, la propria vita.

Ciò che io volevo dimostrare servendomi della teoria di Kohlberg non è, come parecchi sicuramente obietteranno, che la famiglia, la cultura e la comunità di appartenenza non abbiano un ruolo importante nella formazione e nello viluppo della personalità dell’individuo; ciò che io sostengo è che qualunque insegnamento ricevuto può (e deve) essere messo in discussione e che l’essere umano ha i mezzi e le risorse per farlo e tali mezzi e tali risorse appartengono alla sua struttura intrinseca, cioè sono strumenti di ragione, della ragione umana che appartiene a tutti gli esseri umani indistintamente a prescindere da razza, cultura e religione.
Dunque non sono e non devono essere più accettate giustificazioni del tipo “mi è stato insegnato così e ho agito di conseguenza” oppure “ho agito secondo i dettami della mia cultura”! Cultura e tradizione possono sicuramente essere un patrimonio ricco ed arricchente ma di certo non devono diventare un alibi per giustificare azioni moralmente inammissibili commesse a danno altrui.

di Samanta Airoldi [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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