La riscoperta della mente

Condizioni biologiche: cervello e corpo

Ecco la questione a cui dobbiamo dare risposta: la presenza di un cervello basta per possedere una mente?
Gli studi dei neuroscienziati sul nostro encefalo sono mirabili per impegno e invidiabili per i risultati conseguiti, ma non sono convinto che essi possano dare una risposta definitiva al problema della mente e della coscienza e quindi non credo che per ora ci sia solo un problema di ignoranza, relativo alle neuroscienze. E’ vero un giorno potremmo sapere che la sede fisica della coscienza è relativa ad una determinata parte del cervello, così come già conosciamo le diverse parti del cervello addette a specifiche funzioni.
Questo ci dovrebbe forse dire che cosa siano la coscienza e la mente con i suoi aspetti qualitativi, soggettivi, in prima persona? Probabilmente l’unica cosa che potranno dirci le neuroscienze tra qualche anno, o tra dieci anni, o tra venti è che per es. se noi avessimo problemi legati all’espressione linguistica ciò potrebbe derivare da un più o meno grave danno cerebrale, potranno dirci specificamente ed in maniera più dettagliata il punto in cui abbiamo subito il danno; potremmo infine immaginare che esse riescano addirittura a sanare quel gruppo più o meno vasto di neuroni danneggiati.


Al di là di questi enormi progressi, tutto ciò ci darebbe una spiegazione della coscienza, di cosa sia, del perché intenzionalmente ci rivolgiamo ad un oggetto, ad una persona, di come io sono cosciente mentre scrivo ora, in questo momento, in questa determinata stanza, su questo computer? No, le neuroscienze non ci daranno delle risposte adeguate all’enorme mole di domande che balzano in testa appena pronunziamo mente e quest’impossibilità conoscitiva viene semplicemente spiegata dalle diversità che presentano le proprietà della mente in rapporto a quelle del cervello: da un lato proprietà qualitative, soggettive vale a dire in prima persona, dall’altro proprietà osservabili, quantificabili e studiabili in terza persona e oggettivamente. Il cervello svolge funzioni di centrale operativa di tutti gli organi, di unificazione a livello fisico delle percezioni coscienti, di categorizzazione e di memorizzazione a livello fisico delle rappresentazioni mentali ma null’altro. Ad un’ attenta osservazione il cervello è una mera cosa, un mero oggetto tra gli altri oggetti; chi afferma, come gli eliminativisti, che esistono solo connessioni neurali e che la mente è una mera invenzione dell’uomo deve poter spiegare come un mero oggetto riesca a pensare se stesso in modo soggettivo e non quantificabile e osservabile da alcun osservatore esterno.
E mentre gli eliminativisti combattono le loro battaglie per il monopolio delle neuroscienze nel campo del mentale qui è giunto il tempo di occuparsi della seconda condizione “biologica” necessaria per la nascita di una mente: in fondo il cervello, giace in un corpo.

Il merito della nostra dimensione corporea è duplice: quello di fornire le prime esperienze percettive senza le quali non potrà esservi nascita della coscienza e quello di continuare ad arricchire, fino al nostro ultimo giorno, la nostra vita mentale(1). Un bambino cresce, è diventato cosciente, col tempo i suoi stati mentali assumono il carattere di autocoscienza, quel corpo, prima semplice involucro biologico gettato tra gli altri corpi, ora si trasforma, si evolve, quel corpo non è più solo un insieme di organi, peraltro indispensabili per la mia vita biologica e mentale, esso è qualcosa di più, diventa parte di me, diventa il mio specifico corpo in virtù delle esperienze particolari che solo a me appartengono; il corpo diventa esperienza vissuta e vivente, potremmo dire che il nostro corpo è la nostra vera memoria che non dimentica mai; il nostro corpo ama, odia, prova emozioni, esprime sentimenti, impartisce ordini agli altri corpi, accompagna continuamente il linguaggio con il suo continuo gesticolare, insomma diventa parte attiva della nostra vita mentale. Ha assolutamente ragione Husserl quando afferma che: « fra i corpi di questa natura ridotta a ciò che mi appartiene io trovo il mio proprio corpo che si distingue da tutti gli altri per una particolarità unica: è il solo corpo all’interno dello strato astratto, ritagliato da me nel mondo al quale, conformemente all’esperienza, io coordino, in modi diversi, campi di sensazione; è il solo corpo di cui dispongo in modo immediato come dispongo dei suoi organi».(2)
Ma un corpo che non abbia alcun contatto con la realtà e con il mondo sarebbe però destinato a rimanere inerme, un altro inutile oggetto biologico tra gli altri meri oggetti (biologici e non).

Le condizioni processuali: mondo (3) e tempo

Anche la realtà è legata a doppio filo con l’umano.
Da un lato, infatti, il nostro essere soggetti dotati di vivida coscienza e di capacità di riferirci a qualcosa (Intenzionalità) è il frutto di una diramazione evolutiva dei processi naturali e quindi in questo senso ha ragione Searle quando afferma che «la coscienza….è una proprietà biologica del cervello degli esseri umani e di alcuni altri animali determinata da processi neurobiologici: come la fotosintesi, la digestione o la mitosi, essa è parte integrante dell’ordine biologico».(4)
Dall’altro lato è la nostra incompletezza biologica che ci permette di essere aperti più di ogni altro animale all’eteroreferenzialità con il mondo; la maggior parte degli animali costituiscono un sistema etologico chiuso e ciò almeno per tre motivi:
1)Nel mondo animale le cure parentali sono molto esigue.
2)Generalmente il periodo di socializzazione è molto breve, se non addirittura assente.
3)Inoltre dopo un certo periodo di tempo, un animale non può più modificare il proprio repertorio comportamentale.
L’uomo invece presenta le tre caratteristiche opposte:
1)Ha assolutamente bisogno di molte cure parentali per sopravvivere.
2)Il periodo di socializzazione dura molti anni fino al raggiungimento di una certa maturità che però non è mai definitiva.
3)Di conseguenza non esiste una soglia temporale nell’uomo, oltre la quale il suo repertorio comportamentale resta immutato.

In virtù di questa sua apertura alla realtà, in questa sua potenziale ed enorme capacità di acquisizione – peraltro inscritta nella nostra specie (quindi filogeneticamente) e nel nostro vincolo biologico personale (cioè il nostro corpo, quindi ontogeneticamente)- di ogni stato della realtà e del mondo, l’uomo può sviluppare le capacità mentali e cognitive, quindi la coscienza, l’intenzionalità e tutte le caratteristiche ad esse collegate, e di conseguenza acquisisce cultura e produce cultura, in un processo che, se non fossimo temporalmente determinati, sarebbe apertura temporalmente indeterminata, quindi sempre nuova acquisizione e costruzione culturale.
La mente non è dunque definibile come una mera cosa, né studiabile come tale ma è un processo in continua estensione verso la realtà circostante. L’essere un processo indica l’essere dinamicità vale a dire “essere tempo”; vedrò di semplificare questo accostamento terminologico indicando innanzitutto sette modi in cui può essere inteso il tempo.
1) Tempo cosmico: del tempo possiamo parlarne come di un qualcosa generato da Dio.
2) Tempo fisico: in quest’accezione il tempo viene inteso come il “semplice” susseguirsi di un fenomeno all’altro.
3) Tempo convenzione: il tempo è ciò che molto cavillosamente misuriamo con i più svariati strumenti.
4) Tempo psicologico: Il tempo non è altro che percezione soggettiva, relativa quindi al percipiente.
5) Tempo corpo: il tempo si esprime visibilmente sul nostro corpo proprio è quest’ultimo è il vero orologio della nostra esistenza.
6) Tempo antropologico: “il tempo è la forma del senso interno”(questa è la formula kantiana di tempo)
7)Tempo mente.

Mentre tutte le accezioni di tempo summenzionate sono modalità differenti con cui, rispetto all’esserci (l’essere umano) possiamo parlare del tempo, con il tempo-mente abbiamo la possibilità di andare oltre le singole differenze e comprendere il rapporto tra uomo e tempo nella totalità esistenziale dell’Esserci.
M.Heidegger nella nota conferenza del 1924 sul Concetto di tempo” illustrò al suo pubblico di teologi, le “categorie esistenziali”, relative all’esserci, all’esistenza umana , che saranno presenti anche nella sua opera fondamentale, quella del 1927: Essere e tempo. Le componenti costitutive del Da-sein sono otto, le seguenti:
1) L’esserci è caratterizzato dall’essere nel mondo.
2) Ogni essere nel mondo comporta un “con-essere: questa è la dimensione sociale della nostra specie.
3) Il linguaggio caratterizza l’esserci.
4) L’esserci si determina come io-sono.
5) L’io sono non determina la scindibilità dell’essere l’uno con l’altro; siamo sempre sottoposti a regole, norme, consuetudini.
6) Il Da-sein si caratterizza pure per il prendersi cura del mondo.
7) L’esserci incontra se stesso nell’essere di volta in volta in relazione con qualcosa, ciò significa che anche nell’esistenza quotidiana noi ci “prendiamo cura”.
8) L’esserci non può essere né dimostrato, né mostrato ma si dà nell’auto-interpretazione in cui l’esserci ha di volta in volta se stesso.

Quindi l’esserci si dà e non può esser colto ma questa aporia del coglimento dell’esserci non sta nella sua limitatezza ma piuttosto nella possibilità fondamentale del suo essere, che deriva dal nostro essere intrinseca possibilità, tempo intenzionato verso l’avvenire: «l’esserci, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo»(5). L’esserci è mutabile, temporale, soggetto al divenire e come tale il nostro essere enti coscienti e conoscenti, la nostra mente, può esser definita come «l’autocoscienza del grumo di tempo fattosi corpo nell’umano. La mente è dunque la consapevolezza che il corpo ha di essere immerso nel tempo»(6).

Conclusioni

La mente, lo ribadisco, è definibile come un processo essenzialmente dinamico, temporale, diacronico ed in questa essenza mentale del divenire si inscrivono le “istruzioni” che determinano le differenze psicologiche delle menti.
La mente, quindi, è mente olistica in virtù del suo essere mente che:
1)nasce e si sviluppa date le quattro condizioni necessarie (cervello, corpo, mondo, tempo) e
2)a sua volta costruisce la realtà a partire dalle prime presentazioni che le vengono offerte tramite i sensi ed i nostri stati intenzionali più primitivi.

In tal maniera cosa intendiamo con Atto intenzionale?
Esso è un atto che acquisisce la sua intenzionalità dall’ Intenzionalità intrinseca della mente, che trova il suo supporto materiale nel cervello, la sua espressione comportamentale nel corpo, la sua identità di contenuto nelle relazioni con il mondo, il suo “essere rivolto al futuro” nel nostro essere enti temporali.

Allo stesso modo cos’è la coscienza?
Essa è ciò che nasce dalla progressiva acquisizione temporale del mondo tramite il nostro corpo, le cui percezioni vengono unificate dal e nel nostro cervello dando vita così allo status ontologico soggettivo e qualitativo della nostra mente.

La mente olistica non si riduce a nessuna delle quattro condizioni necessarie ma al contrario per esser compresa non può esulare da nessuna di esse, quindi ogni discorso sulla coscienza deve essere inserito in una più ampia indagine sul cervello che a sua volta giace in un corpo che è sempre tra gli altri corpi e che, ribadiamo, rappresenta l’emblema visibile del tempo che siamo; il nostro corpo nasce, si sviluppa, declina ed infine muore e con esso si dissolve anche la nostra mente vale a dire “il nostro tempo semantico”.


Note:
1. Non avrebbe senso presupporre una coscienza senza alcuna esperienza percettiva alla sua nascita, in quanto la coscienza e sempre coscienza…… di qualcosa.
2. N.Abbagnano, Dizionario di filosofia, Utet, Torino 2002, pag.179.
3. Uso il termine mondo per indicare l’insieme della realtà sussistente(quella che vi sarebbe anche senza alcun soggetto cosciente) e della realtà esistente(vale a dire della realtà creata dall’uomo). Insomma con Mondo intendiamo l’alterità
con cui veniamo in contatto nella nostra quotidianità ed in cui siamo immersi.
4. J.R. Searle, La riscoperta della mente, Boringhieri, Torino 1992, pag. 106.
5. M. Heidegger, il concetto di tempo, Adekphi, Milano 1998, pag. 40.
6. A. G. Biuso, Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer, il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004, pag. 26.

di Filippo Costanzo [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »]

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