Io, sé e cervello

Il caso della disincarnata

Introduzione
In questo articolo proporremo un'analisi basata sul caso clinico presentatosi a Oliver Sacks, il caso della disincarnata (1).
Il nostro obiettivo sarà quello di dimostrare come da questo caso emerga una nuova possibile concezione del sé non più ancorata agli ormai vecchi, per quanto utili, concetti fisicalisti, bensì alla possibilità di mettere in relazione il paziente e più generalmente ogni uomo con il suo mondo esteriore e personale. I concetti fisicalisti sono internisti. I sostenitori di tali concetti affermano che i processi mentali avvengano all'interno del corpo, cioè che essi sono personali. Ora, è indubbio che i processi cerebrali avvengono all'interno del corpo e perciò tali pensatori, accettando l'identità processo mentale-processo cerebrale, sono portati a credere che i processi mentali avvengano all'interno del corpo.
Nel caso della disincarnata, seguendo questa tesi, essi dovrebbero sostenere che il sé è in qualche modo implementato nel cervello e che tale implementazione rende ragione di tutte le caratteristiche del sé.
Se, e solo se, la parte del cervello che implementa il sé viene danneggiata allora l'entità mentale "sé" scompare. Vedremo che questo non è vero. La prima parte dell'argomentazione non è messa in dubbio: se la parte del cervello che implementa il sé viene danneggiata anche il sé (inteso come entità mentale, esperita in prima persona) sparisce. Quello che si contesta è la sconda parte dell'affermazione: siamo sicuri che solo se la parte del cervello che implementa il sé viene danneggiata allora il sé scompare? O ci sono altri meccanismi nel corpo che detrminano il senso di sé? Si potrebbe ipotizzare che se cambiano le relazioni che intratteniamo con il mondo cambia anche il senso del sé?

L'io corporeo

Il concetto di io (2) assume molte declinazioni a seconda della teoria psicologica alla quale si fa riferimento. Tutte le teorie concordano in ogni caso nel concedere una parte importante nella declinazione del concetto di sé al così detto io corporeo (3). Capire il rapporto tra l'io e il corpo è dunque un punto fondamentale per capire che cosa é il sé.
La classica teoria dell'io corporeo afferma che tale io si formi a causa dei movimenti corporei percepiti dal cervello in fase pre-natale o nella fase immediatamente successiva (4) e che dia vita a circuiti neuronali in grado di determinare e regolare la percezione dell'io corporeo. Una volta formatosi tale circuito è la sede dell'io corporeo. L'io è dunque nel cervello. Parlando con G. Roth ho potuto verificare che questa concezione meccanica dell'io in realtà non è accolta così banalmente dai neuroscienziati i quali sanno perfettamente che l'io si regola costantemente sui meccanismi di percezione degli stimoli esterni. Tuttavia questo non li ha ancora portati a rendersi conto (5) di quanto tali meccanismi siano determinanti per l'esistenza dell'io, visto che se questi meccanismi venissero a mancare non ci sarebbe più l'io. I meccanismi percettivi sono parte dell'io perchè modificano l'io.
Talvolta si trascura infatti che i circuiti neuronali non sono isolati dal resto del corpo ma bensì fanno parte di un meccanismo più ampio che coinvolge tutto il corpo in movimento.
Sosterremo perciò che se il corpo perdesse o modificasse alcune delle modalità percettive che gli sono proprie anche il senso dell'io ne sarebbe modificato o scomparirebbe.
La doppia relazione cervello-corpo ha due ingressi: non solo modificando elettronicamente i circuiti neuronali si modifica il senso dell'io, ma anche variando o eliminando le modalità percettive si modifica il senso dell'io, forse anche in maniera più durevole.
L'imput sensoriale, i segnali del mondo, modificano l'io più di quello che farebbe una scarica elettrica nel cervello? È proprio di questo che si occupa il nostro articolo.
Sosterremo quindi che l'io non si forma grazie a dei movimenti corporei e che una volta formatosi diventa qualcosa di diverso da quei movimenti; sosterremo che l'io é quei movimenti. Affermeremo che l'io è la relazione che il cervello intrattiene con il corpo ed il corpo con il mondo.
Con questo non si intende in ogni caso certo negare che la relazione cervello-corpo-mondo produca circuiti neuronali nel cervello, ma si vuol soltanto sostenere che tali circuiti sono in continuazione rimodellati dalle nuove informazioni che il corpo invia al cervello e che il mondo invia al corpo e che senza tali integrazioni informative il senso dell'io possa anche scomparire.
Vediamo quali elementi ci portano a sostenere tale tesi.

Vivere senza un corpo

La "propriocezione [...] è indispensabile per il nostro senso di noi stessi; poichè è solo grazie alla propriocezione, per così dire, che noi avvertiamo il nostro corpo come nostro, come nostra proprietà, come veramente nostro (6)".
La propriocezione è la percezione della posizione delle parti mobili del nostro corpo che in continuazione inviano segnali al cervello attraverso delle specifiche fibre nervose. Sherrington parla di "senso segreto" in quanto la percezione del nostro corpo viene data per scontata. Può sembrare che non sia una modalità sensoriale bensì un'evidenza immediata, ma alcune patologie dimostrano che non è così! Infatti la propriocezione è un senso che può essere perso, come si perde la vista, e in quel caso non si é più in grado di percepire e di utilizzare il nostro corpo. Siamo "disincarnati".
Noi dobbiamo chiedereci che relazione intercorre tra la propriocezione e l'io? Si percepisce immediatamente che il legame è tra propriocezione e io corporeo. Lo stesso Sacks lo riconosce: "Insieme al senso della propriocezione ha perso l'ancora fondamentale, organica dell'identità – almeno quell'identità corporea - o "io corporeo"- che Freud considera la base dell'Io (7).
Questo rapporto però non basta ad apportare qualcosa di nuovo alla concezione del sé come relazione naturale (8). La propriocezione infatti potrebbe essere intesa come nient'altro che uno dei meccanismi che danno vita all'io corporeo. Vedremo che la propriocezione non dà vita all'io è uno degli elementi dell'io!
L'"io corporeo" è classicamente riconosciuto essere uno degli aspetti dell'io ma si ritiene che l'io, nelle altre sue declianzioni,(9) perduri identica a sé in assenza di io corporeo.
Questo tipo di concezione è però errata. L'io viene infatti completamete modificato dalla perdita dell'io corporeo. La relazione con il mondo di un disincarnato, ad esempio, cambia. Cambia il suo io in quanto cambia tale relazione. Vedreo adesso in che modo.

I sistemi che regolano i movimenti del corpo sono fondamentalmente tre: visione, sistema vestibolare e propriocezione. Se uno di essi viene a mancare non è più possibile effettuare un corretto uso del corpo. Si può però sopperire alla mancanza di uno dei tre sistemi con il potenziamento di uno degli altri due. Questo meccanismo di sostutuzione o potenziamento provoca necessariamente una modifica dello schema corporeo, in quanto tale schema si crea in base alle stimolazioni sensoriali: se le stimolazioni visive sono in quantità elevate, ad esempio, avremo uno schema corporeo prevalentemente visivo e così avremo uno schema prevalentemente uditivo se l'udito viene sviluppato molto.
Questo tipo di meccanismo mostra esattamente come l'io (in questo caso lo schema corporeo) si modifichi quando si modifica la modalità con cui interagiamo con il mondo. La mancanza di propriocezione dovuta a un deperimento delle fibre nervose induce il paziente, spesso su consiglio del medico, ad usare principalmente il sistema visivo al fine di bilanciare la perdita propriocettiva. Questo produce l'instaurarsi di una nuova relazione tra il sistema visivo e il mondo e tra il sistema visivo e il corpo; tali relazioni evidenziano modifiche dello schema corporeo. Questo processo di rimodellamento dello schema corporeo può essere vista come modifica dell'io!
Ribadiamo quindi che nuove relazioni implicano nuovi io perchè l'io è tali relazioni. O meglio tali relazioni sono ciò che determina l'io. Ma c'è di più. Passando da frasi del tipo: "era [...] una deficienza del sentimento egoistico d'individualità." si arriva a: "niente propriocezione niente senso di sé". Niente assolutamente nessun senso di sé. Questa donna che ha perso la propriocezione ha ancora tutti i suoi ricordi, le sue emozioni ma afferma di non avere senso di sé; di non potersi idetificare nella ragazza che vede muoversi in una videocassetta, la quale è effettivamente lei. Non può nemmeno immaginare di essere quella ragazza. Non solo non percepisce più ma non sa nemmeno cosa sia percepire. Una volta che la relazione si interrompe si interrompe la percezione dell'io stesso.
Secondo la teoria classica, lei non ha accesso ad una cosa (il ricordo della percezione presente nell'io) che dovrebbe invece conoscere, in quanto dovrebbe essere sedimentata nella sua memoria una volta per sempre. Se l'io fosse semi-statico e avesse da qualche parte incamerato certe percezioni, esse potrebbero essere richiamate alla memoria, senza il bisogno del perdurare della sensazione, sotto forma di ricordo. Invece in questo caso l'assenza percettiva impedisce anche solo di immaginare e di ricordare la sensazione. Questo rende ragione all'idea che solo le relazioni cervello-corpo-mondo danno accesso agli stati dell'io (10). Solo la presenza della percezione, solo la possibilità percettiva in essere rende possibile immaginare una percezione o ricordarla.
Come senza la possibilità concreta della percezione non esiste percezione in nessuna modalità, nemmeno ricordata, senza la relazione tra il cervello e il corpo non esiste il sé e non esiste non perchè il circuito neurale responsabile del senso del sé sia danneggiato ma perché è impedita la possibilità di instaurarsi della relazione che può determinare il senso del sé.
Il sé esiste finché dura una relazione tra il cervello e il mondo e se questa viene interrotta anche il sé degrada.
"sento il vento sulle braccia e sul viso e allora so, vagamente, di avere, delle braccia e un viso. Non è come sentirli in modo completo, ma è pur sempre qualcosa, solleva per un poco questo orribile velo di morte".
Queste parole sono l'emblema del mio ragionamento in quanto se una relazione -vento/braccia- si instaura allora si ha un vago senso dell'io perduto. E dunque l'io non è un processo del cervello (11) né tanto meno un'entità spirituale o metafisica bensì è la relazione che il cervello intrattiene con il mondo e con il corpo in cui alberga.

1. Questo caso può essere letto sul libro "l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello". E' la vicenda di una giovane donna colpita da un'infiammazione di tutte le radici sensitive dei nervi cranici e spinali, che aveva completamente perso la propriocezione: pur conservando il senso del tatto, non era più in grado di fare alcun movimento se non guardava la parte del corpo che voleva muovere.
2. In questo articolo useremo intercambiabilmente la parola Sé e la parola Io come sinonimi. In realtà l'Io differisce dal sé secondo alcune teorie psicologiche. Per mera scorrevolezza linguistica utilizzerò Io come sinonimo di Sè
3. Ad esempio, in questi mesi, sto studiando con G. Roth, esimio neurobiologo tedesco, il quale sostiene l'importanza di tale meccanismo nella formazione dell'io.
4. Cfr. Piaget
5. Nella maggior parte dei casi
6. O. Sacks, "l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello"
7. O.Sacks, pag 80
8. Relazione naturale: relazione cervello-corpo-mondo
9. Io emozionale, io volitivo.ecc.
10. Questa relazione è per noi impossibile da definire in senso preciso. Solo ricerche sperimentali saranno in grado di determinare quali sono le relazioni tra il cervello-corpo-mondo necessarie. Noi stiamo dicendo che è la relazione ad essere necessaria
11. Sarebbe un processo del cervello se potesse esistere senza che il corpo fosse implicato nella sua costante realizzazione.

di Lorenzo Pieraccini [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »]

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