Ruoli genitoriali e comunicazioni emotive dei figli

Un gioco di specchi tra delega e responsabilità

Perché nelle famiglie moderne è la mamma ad essere il protagonista nell’educazione dei figli?
Nonostante il grande cambiamento di ruoli maschile e femminile all’interno della famiglia, nonostante ormai da decenni le donne si siano molto emancipate da un punto di vista economico, lavorino, siano fuori casa spesso in egual misura al compagno, non c’è una suddivisione equa delle responsabilità per quanto riguarda la gestione dei figli in età evolutiva. Se c’è da prendere delle decisioni anche quotidiane, andare a una festa con gli amichetti, seguire i bambini nei compiti, nella gestione delle malattie e dei rapporti con le maestre ecc… nella stragrande maggioranza dei casi sono le mamme ad occuparsene. I papà, per quanto armati di buona volontà e di desiderio di comunicare con i figli, stare loro accanto, seguirne la crescita apparentemente tendono a delegare le mamme a tutti quei compiti che riguardano la sfera educativa ed emozionale.
Si tratta di una vera delega di responsabilità da parte del maschile al femminile? Perché le mamme tendono all’opposto a iper-responsabilizzarsi, spesso “detronizzando” i compagni? Parlare di delega e di responsabilità in questo caso sarebbe riduttivo.
Per comprendere davvero i motivi che stanno alla base di questo meccanismo, è importante spostare l’attenzione sulle dinamiche all’interno della famiglia, in particolare sulle comunicazioni emotive che dai figli arrivano ai genitori. Sono infatti le richieste inconsce dei bambini a concentrarsi maggiormente sulla figura materna. Le richieste di contenimento, di accudimento e di ricerca di soluzioni alle empasse emotive seguono una strada che nel rapporto figlio-madre risulta privilegiata. I nove mesi di gestazione e il successivo periodo di allattamento, creano un legame simbiotico unico e non ripetibile nel caso del papà, anche se oggi i papà vengono molto più coinvolti nella gravidanza, nel parto e nell’accudimento dei figli. Il legame così speciale che si crea tra madre e figlio, tende a far sì che il figlio, nelle sue richieste successive di accudimento emotivo, si rivolga automaticamente alla mamma, relegando il papà a un ruolo più di sostentamento economico della famiglia. E’ alla mamma che il bambino ‘automaticamente’ si rivolge per essere coccolato, sostenuto, guidato quando nella sua crescita incontra inevitabili ostacoli, piccoli e grandi.
Questo meccanismo, alla lunga, può ingenerare un senso diffuso di grande ansietà nelle mamme e un senso di estraneità nei papà. Le mamme sentono di non farcela da sole nel gestire le richieste di contenimento affettivo dei figli, ma spesso faticano a chiedere l’intervento del coniuge, di solito percepito come lontano, disinteressato, assente. I papà, a loro volta si sentono “buttati fuori”, svalutati, non coinvolti, e questo non fa altro che aumentarne la distanza emotiva, e quindi la minor presa sulla situazione dei figli.
Se questo vale per le famiglie in cui non ci siano particolari conflitti, la situazione è ovviamente molto più grave ed esasperata in caso di disaccordo coniugale profondo, di separazione o divorzio.
Sono le mamme in genere a chiedere un aiuto per un figlio in difficoltà psicologica; e la richiesta è accompagnata da grande ansia e preoccupazione. I padri, di solito riluttanti a chiedere un intervento, spesso riferiscono una situazione molto meno ansiogena e preoccupante. Qual è allora la verità? Chi ha ragione e chi torto? Come sempre si trova nel mezzo, e riuscire a ricomporre l’immagine di un figlio attraverso gli occhi di entrambi i genitori, crea un quadro molto più realistico, sul quale è possibile intervenire molto più efficacemente.
Riuscire dunque a scardinare il meccanismo di delega e responsabilità nei ruoli genitoriali, è di grande importanza per riuscire a sostenere i figli nel loro processo di crescita, non sempre lineare, non sempre facile. E se questo vale in generale per tutti, lo è in modo ancor più urgente nel caso di figli maschi: dovendo il maschio costruire la propria identità che è per l’appunto connotata sessualmente, il suo punto di riferimento emotivo dovrà trasformarsi: non più la mamma con cui era in simbiosi durante la gestazione e nei primi mesi di vita, ma il papà, uomo come lui, e come tale in grado di comprenderlo in modo profondo e unico. Di contenerlo e di dare risposte che siano ‘da uomo a uomo’.
Riuscire a coinvolgere i padri nella gestione emotiva dei figli (che spesso comporta il farsi da parte da parte delle madri ipercoinvolte, operazione non sempre facile) e rimettere la coppia genitoriale al centro, può costituire un valido punto di partenza per un sano e armonioso sviluppo della personalità dei figli.

di Mariolina Gaggianesi e Marialuisa Candiani



Immagine tratta da: www.piattaformainfanzia.org

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