Generazione telecomando: quando non si possono spegnere le persone…

La fruizione della tv, dei videogames, dei nuovi media ha notevolmente influenzato dal punto di vista comportamentale e relazionale le nuove generazioni, tant’è che esse si potrebbero definire ‘generazioni telecomando’.
I bambini crescono davanti alla tv. Fin dalla più tenera età trascorrono il loro tempo a guardare cartoon più o meno appropriati, successivamente si dedicano alla visione di serial e programmi di culto per l’adolescenza, quindi ai telefilm adatti all’inculturamento e al divertimento dell’adulto: ogni età della vita, ogni target come direbbero più tecnicamente i pubblicitari, è costellato (e bombardato) da programmi appositamente studiati e differenziati. Oltre alla fruizione del mezzo televisivo, le generazioni più ‘nuove’ sono passate attraverso l'uso di internet, dei videogames e di numerosi altri media che hanno affiancato decennio dopo decennio la più ‘vecchia’ tv, modificando lo stile relazionale delle persone.

Iniziamo la nostra analisi partendo proprio da alcune osservazioni sulla tv. Di fronte ad essa l’utente è costretto ad essere passivo: non vi è possibilità di rispondere, di dialogare, di affermare una propria posizione autonoma, di modificare l’opinione di chi ci parla, perché l'individuo è posto all’interno di una comunicazione a senso unico, atta solo a trasmettere un contenuto e non a costruirlo o a mediarlo con la compartecipazione dell’interlocutore. Non è possibilie un dialogo, tant’è che si parla di ‘spettatore’ per definire il destinatario del programma. Pertanto l’unica scelta possibile di fronte ad un messaggio non gradito non è la contrattazione del significato, ma è il dissenso totale, e l’unico mezzo che lo spettatore ha per esprimere il proprio dissenso è cambiare canale.

Non è possibile, dunque, un dialogo profondo che vada oltre il ‘codice binario’ dell’ on-off, acceso o spento. Un programma televisivo non ammette compromessi, dialoghi, proposte e contrattazioni o formazione e interscambio su punti di vista articolati: o se ne condivide il messaggio oppure no. La persona non si può mettere in gioco.
Di fronte alla tv, basta un tocco, per ‘girare’ le immagini che non piacciono, che infastidiscono, che contraddicono la propria comodità, basta un tasto per spegnerle, farle tacere, per far tacere se stessi e gli interrogativi che l’esterno pone al proprio essere.
Questa modalità di fruizione del messaggio alla lunga viene riprodotta anche nelle relazioni 'a tu per tu', così se una persona parla di argomenti che non son graditi, si tende a riprodurre questa modalità relazionale e si cerca di ‘cambiare’ il canale, 'spegnendo' la persona che parla, protestando o non ascoltandola. Questo sembra essere l’atteggiamento prevalente di alcune fascie di età, in primis degli adolescenti, non meno dei bambini; forse di alcune fasce più giovani di adulti.

Questo atteggiamento, che pare essere tipico di tutte le generazioni figlie del benessere economico, viene appreso fin dalle prime fasi della vita, consolidato con una fruizione continuativa del medium televisivo, e si radica nell’inconscio dell’individuo tanto da diventare non un semplice atteggiamento ma una forma mentis, una matrice che conforma a sé il modo di relazionarsi dell’individuo; questo atteggiamento, una volta assimilato nell’infanzia, come fosse materia proteica proveniente dalla suzione materna, si mantiene e si consolida nell’uomo adulto e influisce in modo determinante- e talora drammatico- sull’aspetto relazionale della persona, causando anche instabilità emotiva.

Ma ‘spegnere' ciò che è scomodo o ciò che interroga nella vita reale non è sempre possibile. Così i ragazzi vorrebbero spegnere l’insegnante che attribuisce un brutto voto al loro compito in classe, protestano con i genitori che li richiamano all’ordine, fino ad esasperarli perché mettendo in evidenza i difetti entrano in rotta di collisione con l'idea che i ragazzi hanno di sé stessi. La cedevolezza, poi, di alcuni genitori che non sono preparati a gestire il conflitto, aggrava la situazione delle nuove generazioni, in quanto l'adulto non è in grado di portare a termine il proprio compito educativo, cedendo alle proteste dei giovani. (Questo, forse, perchè anche 'i giovani adulti' sono stati educati 'televisivamente' a sfuggire il conflitto e a non occuparsene...).
L’impossibilità di spegnere le cose scomode mette infatti di fronte ai propri sbagli e alla necessità di ammetterli e di modificarli. E la non ammissione( addirittura in certi casi la non individuazione) dei propri sbagli è alla base dell’impossibilità di crescere e di divenire adulti ‘modificandosi’ e correggendosi.
Ma la vita, che altro non è che una relazione continua con individui differenti, a volte costringe l'individuo ad accettare l'esistenza di opinioni divergenti dalla proprie; nelle persone abituate ad una relazionalità del tipo on-off che abbiamo già descritto in precedenza, l'impossibilità di porre fine a qualcosa che contrasta con le proprie idee, crea conflittualità nella relazione e, a lungo termine, senso di fallimento, nonché instabilità emotiva. Essere contraddetti nella propria posizione monolitica fa crollare il castello di idee e illusioni che, come mura medievali, proteggono l'ego. Vacillano così la personalità e l'autostima dell'individuo, che non è abituato a recepire le critiche e le opinioni divergenti in modo costruttivo per dar loro valore e incrementare le propria comprensione del mondo e di se stesso. Si creano allora 'adulti infantili', che reagiscono come i bambini al rimprovero della madre non essendovi abituati, reagiscono con 'capricci' e talora possono giungere anche ad atteggiamenti delinquenziali sentendosi rifiutati dalla società in quanto essa mette in discussione i loro principi e le loro certezze.

A ciò si deve anche il fallimento di numerosi matrimoni, proprio perchè il matrimonio è relazione profonda con un'altra identità personale, e il fallimento oltrettuto porta spesso all'abbandono della prole da parte almeno di un genitore, in quanto si teme che i figli possano rimproverare il fallimento della relazione con l'altro genitore, mettendo le proprie azioni e il proprio vissuto in discussione. Queste persone passano dunque la propria vita evitando di interrogarsi e di mettersi in discussione, in una sindrome molto simile a quella di Peter Pan: sono vittime dell'incapacità e della non volontà di crescere, superando i conflitti.
Le nuove generazioni, oltre alla tv, hanno a disposizione anche altri mezzi come internet, ma significativo è soprattutto osservare come l'uso dei social network contribuisca a formare questo tipo di personalità: essi infatti consentono di 'spegnere' un'amicizia nel momento in cui essa diviene 'fastidiosa', consentono di evitare di entrare in relazione con gli altri 'mettendosi off-line', consentono di interpellare gli amici solo quando necessario, escludendoli quando più lo si ritiene opportuno. Questo dato, che certamente è anche un apprezzabile mezzo per la difesa della privacy, in realtà consente di evitare la relazione quando essa si fa scomoda.
Ancora più grave il danno creato alle nuove generazioni dai videogames, che consentono addirittura di 'comandare' un personaggio, di farlo agire a proprio piacimento: così quando nella vita reale non si può avere il controllo sulle altre persone, si crea frustrazione, rabbia, e si giunge talvolta ad atti violenti (violenza sulle coetanee, forme di bullismo...).

Contribuisce in modo sostanziale ad appesantire questo quadro anche la prevalenza di fatto del figlio unico all'interno delle famiglie. Essere figli unici non consente ai bambini- fin dalla prima età - di instaurare e risolvere conflitti con un gruppo di pari (i fratelli) e di avere invece a disposizione sempre e solo il dialogo con l’adulto(genitore o nonno) che in genere attua una relazionalità accomodante (i nonni ad esempio lasciano sempre vincere il bambino nel gioco e assecondano le sue richieste...). I bambini vengono così abituati a relazioni che non frustrano, e che forniscono solamente conferme alla propria individualità. Queste realzioni sono sembre a tu per tu, e non coiunvolgono una molteplicità di persone o un gruppo; di conseguenza il bambino non è abituato a relazioni complesse né ad ammettere la possibilità, per altri, di esprimere le proprie opinioni e di accettarle o mediarle se contrastanti; non si abitua ad assumere in sé i punti di vista altrui, ascoltandoli e facendoli propri.
Pare dunque auspicabile che i giovani frequentino comunità allargate (oratori, gruppi di interesse...) in modo da apprendere gradualmente la competenza del dialogo e della relazione, per evitare fallimenti futuri e la mancanza di crescita, al fine di poter vivere una vita che possa essere esperienza piena e aperta, attraverso relazioni corrette, rispettose e arricchenti.

di Vera Ercoli [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »]

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