Husserl e la fenomenologia della percezione

Il nucleo teorico cartesiano basato sulla coscienza è, in ultima analisi, fondato sul sentire in relazione alla sua sfera qualitativa. Non esiste un’analisi relativa alla sensazione se non in soluzione ad una trascendenza, ossia in relazione ad un corpo. Il taglio ontologico si divide in essenzialità della soggettività e naturalità di essa, concependo la prima come struttura funzionale e la seconda come struttura contenutistica, la quale determina la cura di un «me stesso», intrinsecamente avviluppato alla soggettività, dalla quale non è possibile separarsi. La tassonomia dei qualia comprende l’insieme degli affetti e degli appetiti, i quali rientrano nella sfera della naturalità designata dalla sensorialità e che, di conseguenza, non sono vincolati da una soggettività, essendo comuni alla natura degli uomini. L’assoluta mancanza di affidabilità dei sensi riguarda non solo il percepire esterno ma anche il sentire interno (il dolore, ad esempio, può essere illusorio, in quanto l’illusorietà è data dalla localizzazione del dolore in un luogo che è un non-luogo). La soggettività, in quanto tale, non è mai distaccata dall’elemento corporeo. La mente è strutturalmente congiunta al corpo, poiché l’elemento qualitativo non può esser colto dalla riflessione; la commistione inestricabile di elementi trascendenti ed immanenti non rende possibile il puro «stare a guardare» della soggettività. Sulla base del risultato cartesiano, che per giungere ad una distinzione tra pura immanenza ed una coscienza naturale operava per mezzo del dubbio scettico, Husserl adotta l’ontologia del fenomeno: qualcosa che si manifesta nella forma in cui appare, viene descritto mediante un’intuizione originariamente offerta, detta esperienza nel proprio sgorgare, necessariamente vincolata da una coscienza ed avente il carattere dell’immediatezza.

L’esperienza nel suo sgorgare è un’imprescindibilità dalla caratterizzazione della propria mente, la quale impone una descrizione dei fenomeni non riducibile alla coscienza; tale riduzione viene detta, secondo la terminologia husserliana, epochè fenomenologica, nel senso che affinché un oggetto possa manifestarsi occorre che vi sia una coscienza tale da permetterlo – la descrizione deve descrivere sia il mondo manifesto che la stratificazione del mentale. Rispetto alla ricerca della Essenza di qualcosa che non è essenziale per Cartesio, Husserl parla di Essenza come Eidos fenomenologico nel tentativo di salvare tutto, o almeno il più possibile, del fenomeno in questione: sia i fenomeni oggettuali di ciò che si manifesta sia quelli soggettivi sono, in virtù dell’Eidos, essenziali al fine di unificare molteplicità e variazioni per ottenere un’unità di un solo tipo di esse che le comprenda tutte. L’essenza dell’unificazione eidetica deve essere un limite dell’Eidos, nel senso che qualsiasi fenomeno deve manifestarsi entro i limiti della struttura del fenomeno stesso – entro cioè l’intuizione originaria in cui si manifesta. Rispetto al metodo cartesiano del dubbio scettico, la fenomenologia proposta da Husserl presenta notevoli differenze: il «dubbio», infatti, dubita sia della cosa materiale (res extensa) sia della soggettività naturale, salvando solo quella soggettività a carattere funzionale, in quanto l’unica ad essere chiara e distinta; operando in tal maniera, esso presuppone inoltre una relazionalità ed un’adeguatezza con la realtà, ma, tuttavia, nella cosa materiale la percezione non riesce a cogliere nulla che in essa sia reale. Il «fenomeno», al contrario, non è segno di nulla, non necessita cioè che vi sia adeguatezza, per cui non ha alcun senso dubitare di esso; l’evidenza è data da ciò che si mostra, essendo essa la descrizione dell’oggetto che si dà nel modo in cui si dà.

La descrizione fenomenologica si ferma a ciò che appare senza cercare niente di assolutamente trascendente. Il modello fenomenologico è chiaramente antiriduzionista, sia dal punto di vista epistemologico sia dal punto di vista ontologico. Ciò pone tuttavia una qualche problematicità se si tiene in considerazione che anche l’atteggiamento cartesiano era, a sua volta, fortemente antiriduzionista. Nell’immanenza, infatti, si trova racchiuso anche il mentale, strutturale e funzionale; questo mentale strutturale e funzionale è però vuoto, implicando di conseguenza il fatto che le funzioni proprie dello psichico necessitino di una corporeità per esercitarsi. Su questa sorta di terreno intermedio di psiche e materialità, Husserl tenta un’analisi della «pura immanenza»: la psiche e la materialità stanno in reciproca dipendenza, tali che, presi singolarmente non sussistono affatto. Solo in quanto intreccio si può affermare l’esistenza di psiche e materialità. Occorre, a questo punto, procedere nella ricerca della relazione sussistente fra lo stato psichico e lo stato materiale all’interno di un corpo vivo. Il flusso di vissuti è strettamente connesso allo strato materiale dal quale intreccio prende vita, costituendo ciò che viene detto propriamente «corpo vivo». Si parla di un «Io-puro» inteso quale unificazione scorporata che, considerata da sola, risulta incapace di costruire i fenomeni in cui vengono convogliate le dimensioni di psichico e materiale, aventi la funzione di distinguere ciò che è animato da ciò che è inanimato. Si danno quindi una natura psichica ed una natura materiale, ontologicamente caratterizzate come unità di proprietà, permanenti in circostanze esterne che variano a seconda della proprietà: le cose materiali sono entità senza storia in quanto condizionate solo da circostanze contingenti, mentre le proprietà psichiche sono permanentemente modificate senza che vi sia la possibilità di tornare indietro, essendo propriamente entità storiche. Il flusso di coscienza possiede il carattere di storicità, in quanto è continuamente modificato, trovandosi nell’impossibilità nel tornare all’assetto originario. La cosa psichica è dotata di intenzionalità, nel senso che essa si dirige verso i fenomeni in modi diversi – capacità completamente assente nella cosa materiale.

Avere storia significa che il vissuto vive all’interno dell’ «ora» e dell’ «adesso», si protende in esso che lo trattiene. Un vissuto, quindi, si lega ad un altro vissuto in connessione al tempo-vissuto. La dimensione ontologica dello psichico è caratterizzata dal sentire inteso come organo senziente, impossibile questo da ridurre a qualcos’altro. La relazione fra corpo e flusso di vissuti dalla quale scaturisce il corpo vivo, può esser letta alla stessa maniera in cui è compresa la relazione colore/estensione, cioè come non separabili l’uno dall’altra data una forma di a-priori materiale. Vi si può intravedere una sorta di privilegio della materialità sullo psichico, nel senso che l’estensione funge da base prioritaria sulla quale si diffonde il mondo qualitativo nelle sue varie specie. Questa relazione può essere detta chiasmatica (definizione, questa, attribuita in seguito da Merleau-Ponty), intesa quale inestricabile intreccio tra corpo-psichico e corpo-materia. Husserl applica dunque un sistema radicalmente antiriduzionista. In maniera del tutto spontanea, sorge la domanda se esista un «Io-puro» svincolabile dalla materialità. Va innanzitutto detto che l’antiriduzionismo husserliano deve essere concepito come «irriducibilità pura», nel senso proprio del termine ed in modo aprioristico, in quanto, a livello descrittivo, l’immanenza husserliana risulta estremamente diversa da quella cartesiana, a partire dallo strumento impiegato al suo conseguimento: in vista dell’immanenza, laddove per Cartesio il dubbio metodologico regnava sovrano, Husserl utilizza il fenomeno, quale intuizione originariamente offerente, che impone l’inalterabilità di ciò che si mostra così come si mostra; altro strumento metodologico che ad esso si applica è la riduzione eidetica, tale per cui ogni intuizione richiede una qualche unificazione di tutte le possibili variazioni di una cosa nel rispetto dei limiti, tratti dall’intuizione stessa, detti limiti di contenimento. Va inoltre ricordato che l’intuizione originariamente offerente non è empirica. Il fenomeno originario viene quindi sottoposto ad epochè fenomenologica, quale momento di allontanamento dall’oggetto intuito per poterne cogliere il vissuto. È impossibile ridurre i vissuti per come essi si danno alla coscienza, poiché andrebbe perso l’orizzonte di datità nel flusso di vissuti. L’intenzionalità è un nesso fra il vissuto ed il suo oggetto, tale per cui, affinché si possa dare un vissuto, occorre un vissuto di percezione, il quale deve a sua volta essere ricondotto ad uno stato di coscienza.

di Alba Rosa Gesualdo [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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