Il relativismo culturale all’epoca di Francesco Saverio

La teoria del Relativismo culturale, formulata dall’antropologo e storico statunitense Melville Jean Herskovits (1895-1963) afferma il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambiente culturale; ogni società è unica e diversa da tutte le altre e il rispetto della diversità è alla base di tale pensiero. Il relativismo culturale si sviluppa in seguito alla formazione della società interculturale per la crescente migrazione dei popolo e la generale globalizzazione.

L’atteggiamento opposto è il fenomeno dell’etnocentrismo, ovvero la tendenza a giudicare le altre culture ed ad interpretarle in base ai propri criteri, su una visione critica e unilaterale, che spesso ha dominato sul relativismo e sulla comprensione delle diversità; basti pensare al dominante sistema occidentale-capitalista (attualmente in crisi) in relazione al terzo mondo, considerato primitivo e arretrato, secondo la mentalità neo-coloniale novecentesca.
L’incontro con il diverso può suscitare curiosità, paura, rifiuto e in rari casi indifferenza. La curiosità è umana e tramite essa nasce l’interesse verso il diverso, non visto più come un alieno ma bensì come una novità da scoprire e con cui relazionarsi. La paura e il rifiuto sono le conseguenze negative dell’impatto con il diverso e spesso motivo di crisi sociali, politiche e di guerre. Essendo una tematica di estrema attualità ma non legata unicamente al mondo moderno e contemporaneo, è importante riconoscere anche le basi storiche di questo fenomeno.

Francesco Saverio, gesuita Navarro, fu uno degli iniziatori del relativismo culturale, che stabilì per la prima volta nella storia un dialogo tra Occidente e Oriente.
La vicenda del missionario è ambientata all’epoca dei primi viaggi di scoperta in Asia e in America Latina, ad opera degli imperi coloniali portoghese e spagnolo tra il XV e il XVI secolo. Lo sfondo storico di tale fase è caratterizzato dai forti interessi coloniali-imperialistici, economici e dalla propaganda della missione cristiana.
La missione del gesuita ha inizio nel 1549 e si conclude nel 1551. A differenza delle altre azioni missionarie che portarono avanti la cristianizzazione adottando metodi di imposizione, Francesco si interessò alla specificità della cultura e della lingua giapponese e cercò di presentare la religione cristiana più comprensibile agli occhi dei nipponici, vivendo integrato in questa società.
Concretamente si ebbe uno scambio culturale tra i due mondi: gli europei conobbero usi e tradizioni nipponiche come la cerimonia del te e l’offerta del sakè (bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del riso) agli ospiti; inoltre impararono l’uso corretto degli onorifici nella lingua colloquiale e nella lingua scritta, il controllo del proprio temperamento e l’autocontrollo dei sentimenti, dell’eccessivo gesticolare, il tutto legato al rispetto della specifica educazione giapponese.
Contemporaneamente il popolo nipponico si confrontò con i valori cristiani europei senza subire una cristianizzazione e una conseguente europeizzazione, mantenendo la propria unicità.

Questo scambio si basa sulla tolleranza, sull’adattamento e sul rispetto della cultura nativa e si ricollega pienamente al concetto di Acomodação Cultural, termine portoghese con il quale si indica lo sforzo da parte dei missionari di valorizzare gli elementi delle culture native che tentarono di convertire al Cristianesimo.
L’atteggiamento adottato da Francesco Saverio, è da considerarsi innovativo in un’epoca caratterizzata da un forte eurocentrismo politico e religioso; per questo motivo tale metodo suscitò varie polemiche all’interno del sistema ecclesiastico. Nonostante ciò, vi furono gesuiti che sostennero il rispetto delle culture native, seguendo l’esempio di Francesco. Il più famoso fu Alessandro Valignano che applicò compiutamente il metodo dell’Aculturação in Giappone, ottenendo grandi risultati.

Grazie all’opera di Francesco Saverio, furono divulgate le prime informazioni geografiche, storiche e culturali sul mondo nipponico in Europa; vennero prodotti testi linguistici, come ad esempio i primi dizionari di Lingua giapponese, come il Vocabolario da Lingoa de Japam, pubblicato a Nagasaki nel 1603-1604. Il relativismo culturale porta quindi allo scambio e alla divulgazione di nuove conoscenze.
Tale approccio, non basato sulla superiorità culturale e sull’etnocentrismo, ma bensì sulla comprensione, assume un grande valore storico e sottolinea come alcuni uomini vissuti cinque secoli fa riuscirono a relazionarsi con il diverso, senza troppe complicazioni.

Nonostante gli innumerevoli momenti di criticità e di fragilità, la comprensione e la tolleranza sono sempre state presenti nella storia dell’umanità; il mondo intero è un puzzle di culture diverse, lo è stato nel passato, lo è nel presente e lo sarà nel futuro; è un villaggio globale dove domina la diversità, lo scambio di idee e non il mono-culturalismo.

di Luana Loria [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

Articoli

  • La Lusofonia: Breve Storia dell’Impero Coloniale Portoghese.

    La Lusofonia è un concetto che indica uno spazio linguistico, culturale, filosofico di paesi e di comunità che si esprimono attraverso la lingua portoghese.

    Con il termine Lusofonia si indica un sentimento di connessione fra popoli e culture che pur non conoscendosi in profondità, sono strettamente legati da un senso comune. L’essere lusofono diventa quindi un’affermazione d’identità basata sulla...»

Tesi Correlate

  • Multiculturalismo e Interculturalismo

    Per approfondire la tematica del relativismo culturale, si può consultare la tesi di Laura Cinquepalmi Multiculturalismo e Interculturalismo che affronta l'importanza della relativizzazione del punto di vista eurocentrico per poter osservare qualsiasi fenomento culturale. Nella tesi si propone anche una specifica rcerca su alcune studentesse irakene trasferitesi in Italia.»

Condividi questa pagina