Lo Spacing Effect: attenzione, memoria ed emozioni

Cos’è lo “Spacing Effect” in Psicologia? In che modo si intrecciano “Attenzione, Memoria ed Emozioni” ?
In Psicologia, “l’effetto di spaziatura” si riferisce al fatto che, quando un item viene presentato due volte in una lista, il ricordo di tale item diventa nettamente superiore se la seconda occorrenza non segue immediatamente la prima (presentazione massificata), ma accade dopo un certo intervallo (presentazione distribuita o spaziata). Il fenomeno è stato rilevato in molti compiti di memoria quali la rievocazione libera, il riconoscimento, la stima di frequenze, ecc. (Greene, 1989) e con differenti tipi di materiale, come parole e figure (Hintzman, 1974; Challis, 1993).
“L’effetto di spaziatura” è stato identificato per la prima volta da Hermann Ebbinghaus, il cui studio dettagliato è stato pubblicato nel libro “Memoria: Un contributo alla psicologia sperimentale”, e cosa più importante è che mostra robustezza e persistenza alla manipolazione sperimentale una volta sottoposto a verifica empirica. Svariati approcci teorici sono stati proposti per spiegare l’effetto ed è ormai noto che diversi sono i meccanismi che lo generano a seconda dei compiti di memoria e degli stimoli utilizzati. Ad esempio, è stato suggerito (Challis, 1993) che, nei compiti di riconoscimento, l’effetto di spaziatura dipenda da un meccanismo di priming semantico che si sviluppa tra la prima e la seconda occorrenza nelle presentazioni massificate. Quando un item viene ripetuto in maniera massificata, la prima occorrenza facilita l’elaborazione semantica della seconda occorrenza, riducendo l’elaborazione semantica complessiva per gli item ripetuti in maniera massificata e quindi danneggiando il ricordo per questi item. Il meccanismo di priming semantico sarebbe più forte nelle presentazioni massificate perché è stato dimostrato che l’effetto di priming è maggiore quando l’intervallo (lag) tra il prime ed il target è breve (Kirsner, Smith, Lockhart e King, 1984). Gli item spaziati ricevono dunque una maggior elaborazione semantica rispetto agli item massificati e vengono, di conseguenza, ricordati meglio. La teoria del priming semantico di Challis (1993) è stata più volte testata e confermata ma è il risultato di una lunga serie di studi che, a partire dagli anni Settanta, hanno utilizzato solo materiale verbale per testare l’effetto di spaziatura. Tale teoria, che si basa su una elaborazione semantica degli stimoli, sembra dunque escludere la possibilità di trovare l’effetto di spaziatura con stimoli che non possono essere elaborati semanticamente come le non-parole o volti non familiari. In realtà, alcuni studi (Cornoldi e Longoni, 1977; Russo, Parkin, Taylor e Wilks, 1998; Russo e Mammarella, 2002) hanno trovato un effetto significativo di spaziatura con forme senza senso, volti non familiari e non-parole, minando la teoria di Challis che indicava nel priming semantico l’unico meccanismo in grado di spiegare l’effetto di spaziatura nei compiti di riconoscimento.
Recentemente, sono stati disegnati due esperimenti di effetto di spaziatura introducendo per la prima volta in letteratura “gli stimoli emotivi” e cambiando i compiti di orientamento che i soggetti facevano sulle parole: nel primo bisognava procedere con un'elaborazione profonda (dire il livello di piacevolezza/ immaginabilità delle parole), nel secondo con un'elaborazione superficiale (per esempio, contare il numero di lettere chiuse).
Si è visto così, che è possibile estendere questo effetto anche a materiale emotivo. Benché sia evidente che vi e’ uno stretto rapporto tra emozioni e memoria, non e’ facile definire un rapporto “generale” tra di loro, che possa rendere conto di tutti i fenomeni studiati. Un primo tipo di relazione si basa sulla mediazione dell’attenzione. Noi prestiamo più attenzione agli stimoli salienti emotivamente e ciò da luogo conseguentemente a un miglior ricordo. Le emozioni sono fondamentalmente attivate dal prodursi di discrepanze tra un dato evento e le aspettative collegate ai nostri scopi o interessi. Allorquando si produce una discrepanza, l’emozione, vista come un sistema di segnalazione interna, mobilizza risorse attentive verso le caratteristiche dell’evento che appaiono significative o predittive della discrepanza, allo scopo di poter intraprendere le azioni necessarie per superarla. L’emozione non agisce indistintamente su tutto lo stimolo, ma soltanto sugli aspetti che si possono definire “centrali” dell’evento (cioè a esso causalmente connessi), mentre quelli più “periferici” sono più facilmente perduti. Secondo l’ipotesi prospettata da Easterbrook (1959), un elevato arousal provoca un restringimento dell’attenzione e una minore sensibilità agli altri stimoli presenti nell’ambiente. Questo fenomeno “protegge” l’individuo dall’informazione distraente, ma può comportare l’esclusione di una parte rilevante dell’informazione. Per effetto dell’emozione, che e’ generalmente accompagnata da alti livelli di arousal, l’attenzione si dirige dunque su una parte della stimolazione, registrando solo alcuni particolari dell’evento, mentre tutti gli altri sono dimenticati. Diversi studi sembrano confermare l’ipotesi di Easterbrook (Loftus e Burns,1982; Clifford e Hollin,1981). Dalle ricerche di Christianson e Loftus (1991), ad esempio, emerge che i dettagli centrali, che questi autori intendono come “percettivamente centrali”, o ad essi vicini, indipendentemente dal fatto che siano o no rilevanti causalmente per l’evento, sono assai meglio ricordati nelle situazioni emozionali, mentre quelli periferici sono peggio ricordati, in confronto con le corrispondenti condizioni emotivamente neutrali. L’importanza dei fattori attenzionali nel rapporto tra emozioni e memoria (Wells e Mathews,1994) e’ indubbia. Numerosi studi confermano che l’elaborazione emozionale possa non richiedere il ricorso a processi controllati, ne’ nell’acquisizione, ne’ nel recupero dell’informazione, e che i meccanismi invocati siano piuttosto di tipo pre-attentivo. Naturalmente, a questo processo pre-attentivo può far seguito una maggiore focalizzazione attentiva con l’allocazione di risorse a livello controllato per l’elaborazione delle informazioni rilevanti. Più in generale, si deve supporre che l’informazione emotiva sia elaborata almeno inizialmente a livello automatico e inconscio, attraverso la mediazione di strutture sottocorticali, donde anche la difficoltà di esprimere verbalmente le stesse emozioni. Bower (1981) ha indicato negli effetti di “stato-dipendenza” e di “congruenza” una seconda via fondamentale attraverso cui l’emozione (o il “mood”, l’umore) può influenzare il ricordo, elaborando un modello generale dei rapporti tra affetto e cognizione noto come “Associative Network Model”. Tale modello, in sintesi, assume che le emozioni costituiscano i nodi centrali di una rete associativa, connessi alle idee collegate, agli eventi con la stessa valenza, all’attività’ neurovegetativa, a pattern specifici di reazioni muscolari ed espressive. Quando vengono appresi dei nuovi stimoli, essi vengono associati ai nodi attivi in quel momento. Conseguentemente, gli stimoli appresi in un particolare stato affettivo sono collegati al corrispettivo nodo affettivo. Quando in seguito viene stimolato un nodo emotivo, l’attivazione si diffonde lungo le diverse diramazioni, accrescendo l’attivazione di tutti gli altri nodi connessi al nodo emotivo attivato. L’attivazione di un nodo fino ad una certa soglia determina la consapevolezza del materiale che vi e’ rappresentato. L’effetto di stato-dipendenza si basa fondamentalmente sull’accoppiamento dell’emozione, o del mood, al momento dell’apprendimento (“encoding”) e a quello del recupero. L’effetto di congruenza, invece, sulla corrispondenza tra la valenza affettiva dello stimolo al momento in cui ha agito e lo stato affettivo al momento del recupero. Le conferme empiriche all’effetto di stato-dipendenza appaiono oggi complessivamente piuttosto modeste, come e’ stato riconosciuto recentemente dallo stesso Bower (1994). L’effetto congruenza appare invece meglio documentato, almeno per quanto riguarda i ricordi autobiografici. In effetti nei paradigmi adottati, e’ assai difficile isolare l’effetto di congruenza da quello di stato-dipendenza, sicché si potrebbe concludere che l’efficacia sia massima nel caso di congiunzione delle due condizioni considerate. Oggi, da parte di alcuni studiosi, si comincia comunque a proporre modi alternativi di spiegazione degli effetti di congruenza, che prescindono dal primato della valenza affettiva. Mathews e MacLeod (1994), nei loro studi sull’ansia, hanno osservato che, più che la semplice congruenza affettiva, appare cruciale la rilevanza dello stimolo proposto rispetto alle specifiche preoccupazioni dei soggetti ansiosi. Essi suggeriscono perciò che a determinare la priorità di elaborazione e quindi di allocazione delle risorse attenzionali debba intendersi il riferimento all’interesse attivo, piuttosto che la mera valenza emotiva. Una caratteristica importante dei ricordi emotivi appare essere la cosiddetta “persistenza”. Uno studio, divenuto classico, condotto da Yuille e Cutshall (1986), riguardante tredici testimoni di un episodio di violenza che aveva portato alla morte di una persona e al ferimento di un’altra, ha potuto mostrare, a distanza di alcuni mesi (4-5), che permaneva un livello molto elevato di accuratezza nel ricordo. Anche se e’ raro che il ricordo delle persone risulti generalmente altrettanto accurato e preciso, tuttavia alcuni studiosi hanno ipotizzato che i ricordi emotivi si dimentichino più lentamente. Alcune ricerche, agli inizi degli anni Sessanta, si proposero di verificare, con metodologie di tipo sperimentale, l’ipotesi sulla rimozione formulata da Freud, che ne aveva dato nel 1901 una convincente descrizione a livello clinico. Levinger e Clark (1961), riprendendo un’osservazione di Jung (1906), secondo la quale i pazienti mostrano una latenza maggiore nel compiere associazioni con parole che siano in qualche modo legate ai loro problemi emotivi, chiesero a dei soggetti normali di produrre delle associazioni a parole che potevano essere “emozionali”(ad esempio, “rabbia”),oppure “neutre” (ad esempio, “finestra”). Essi trovarono che generalmente le persone impiegavano piu’ tempo a trovare le associazioni per i termini emozionali e che in seguito ricordavano meno facilmente le parole che avevano associato a questi stessi termini, mostrando inoltre una risposta galvanica della pelle (indicativa di uno stato di attivazione emozionale) piu’ intensa. Tuttavia, ricerche successive assai simili (Kleinsmith e Kaplan,1963), ma nelle quali le prove venivano ripetute a distanza di tempo, mostrarono un effetto inverso: i soggetti che nella prova di rievocazione immediata ricordavano peggio le parole emozionali, nella prova di rievocazione differita ricordavano invece queste ultime assai meglio delle parole neutre, pur con un’ elevata risposta galvanica della pelle. I dati sperimentali non confermano dunque l’ipotesi della rimozione, o almeno ne limitano la portata generale. Ciò nonostante, nella pratica clinica si riscontrano spesso casi di vera e propria amnesia psicogena, cioè casi di deterioramento anche molto grave della memoria in soggetti che abbiano avuto esperienze emotive molto intense o estreme. Vi sono infatti prove che il ricordo di un evento emotivo può in parte essere dissociato da quello di specifiche caratteristiche dell’evento stesso, sicché e’ possibile avere accesso alla componente emotiva di quest’ultimo, ad esempio un trauma, senza ricordarne i particolari. In altri termini, e’ possibile ricordare l’emozione senza ricordare le caratteristiche dell’evento emotivo. Christianson e Nillson (1984), ad esempio, citano un loro studio sul caso di una ragazza che, violentata mentre correva nel parco, non ricordava praticamente nulla di quanto le era capitato, salvo un senso di angoscia che la colpiva in rapporto ad alcuni dettagli ambientali apparentemente irrilevanti. Sembra, in definitiva, che vi sia un certo accordo sul fatto che un’ emozione intensa si accompagna ad un ricordo generalmente accurato dell’evento emotivo in sé, ma può dar luogo ad un ricordo meno accurato e piu’ lacunoso, o confuso, delle circostanze che precedono o seguono l’evento emotivo. Tali effetti sembrano attenuati dalla disponibilità di “aiuti” nel recupero e addirittura rovesciati in caso di test differito. Il restringimento del ricordo appare bilanciato dalla maggior lentezza del decadimento. Un’altra via attraverso la quale l’emozione può influenzare la memoria, secondo Bower (1994), e’ quella della reiterazione del ricordo. Le reazioni emotive intense danno luogo a una “insistita riattivazione” (“mulling over”) dell’evento nella memoria di lavoro, cosa che da’ luogo anche ad un consolidamento del ricordo. Gli eventi emotivi sono maggiormente disponibili in memoria e il loro ricordo, oltre che dell’emozione associata, può durare estremamente a lungo. A questo riguardo, in un’indagine condotta su una popolazione di anziani e’ stato osservato che, in media quasi ventitre anni dopo, oltre il 70% degli intervistati continuava ad avere pensieri, ricordi, immagini mentali dell’avvenimento piu’ traumatico della loro vita (Tait e Silver, 1989).
E’ stato dunque dimostrato come sotto condizioni di apprendimento incidentale che promuovono l’analisi strutturale/percettiva degli stimoli, è stato possibile ottenere un effetto di spaziatura significativo con stimoli emotivi in un compito di riconoscimento sì/no. Confronti pianificati hanno evidenziato come l’effetto di spaziatura si sia manifestato sia per le parole positive sia per quelle negative, ma non per le parole neutre, evidenziando una cattura da parte delle emozioni delle risorse di memoria. Nel secondo esperimento, il fatto che l’effetto di spaziatura non è risultato significativo, conferma i dati in letteratura che indicano che quando l’analisi sulle parole è di tipo grafemico, l’effetto non si verifica. Anche l’interazione tra spaziatura e tipo di parole non è risultata significativa. Un’ipotesi è che in assenza dell’effetto di spaziatura non sia possibile evidenziare l’interazione tra memoria ed emozioni.
Complessivamente, i risultati sembrano dunque indicare che l’effetto di spaziatura sia un fenomeno robusto anche tra gli stimoli emotivi.


Immagine tratta da: www.pragmetica.it

di Maria Elena Mischitelli [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »]

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