La malattia oncologica: le emozioni ferite, le emozioni che curano

Convegno del 25 ottobre 2012 – JESI (AN)

“Le emozioni che rinascono in chi cura e quelle che rinascono in chi è curato sono reciprocamente intrecciate in un dialogo che non può mai essere ignorato nel suo significato terapeutico”. Questa riflessione dello psichiatra Eugenio Borgna, ha ispirato e animato il convegno formativo “La malattia oncologica: le emozioni ferite, le emozioni che curano” organizzato dall’Asur Marche (Area Vasta 2 di Jesi, provincia di Ancona), dall’Istituto Europeo di Formazione e Consulenza Sistemica e Terapia Relazionale, (IEFCOSTRE), sede di Falconara e dallo IOM Vallesina, Istituto Oncologico Marchigiano. Al centro del dibattito non la malattia, come si potrebbe immaginare, ma la persona nella situazione unica, irripetibile e quindi soggettiva, della sofferenza; un capovolgimento del punto di vista dal quale approfondire un tema così delicato come quello della malattia oncologica.
L’individuo come portatore non di malattia, ma come identità unica e originaria che si trova a sperimentare la situazione della patologia oncologica; partire da questo essere in una situazione specifica, vuol dire partire dalla reazione emotiva conseguente ad una diagnosi di patologia oncologica. Il cambiamento di approccio diventa allora innegabilmente nuovo ed inusuale per la medicina ufficiale. La malattia oncologica, come ben sottolineato dallo psicologo Franco Burattini, ha una particolarità che la connota nella sua essenza: è infatti una malattia relazionale, la cui sofferenza e il cui dolore generano una rete emotiva tra le reazioni psicologiche individuali della persona malata e l’impatto psicosociale che la malattia presenta nel contesto familiare, sociale e professionale. Gestire questa rete di emozioni diventa allora il compito primario di tutti quegli operatori che, a vario livello, entrano in contatto con la persona e il suo essere affetta da patologia oncologica. La malattia oncologica, a partire dalla comunicazione della sua diagnosi, apre lo scenario ad una vasta panoramica di emozioni che riguardano sia la persona che vive la situazione patologica sia le persone che sono chiamate, nella cura medica, psicologica e assistenziale, ad interfacciarsi con l’individuo e la sua malattia.
In questo contesto così complesso e delicato l’intervento medico e psicoterapico viene ad incontrarsi con la dimensione umana e soggettiva della sofferenza; la medicina si interfaccia con storie di vita, con mondi esistenziali a cui tentare di dare, non soltanto soluzioni mediche, ma a cui restituire la propria dignità ferita, attraverso la dimensione della cura, prima ancora che della guarigione.
“Prendersi cura della sofferenza …dove psicologia e medicina si incontrano”, è infatti il titolo della relazione presentata dalla psicologa e psicoterapeuta Barbara Tomassoni. Dalla trattazione si è evidenziato il ruolo dello psiconcologo e del servizio specifico di psiconcologia la quale prende in considerazione la malattia nelle sue due dimensioni principali: quella oggettiva inerente le cause e i sintomi biologici e la dimensione soggettiva riguardante l’aspetto psicologico della malattia.
Dal curare una malattia al curare una persona e la sua sofferenza difronte al cambiamento, questa in sintesi la specificità del servizio di psiconcologia; l’intervento di pisconcologia si realizza su più livelli: sostegno piscologico, sostegno integrato, intervento psicoterapeutico. Alla base dei tre tipi di intervento si pone la relazione empatica tra operatore e paziente come cardine fondante e indispensabile affinchè il sostegno della psiconcologia possa risultare efficace.
La centralità della relazione empatica nel contesto della cura della malattia oncologica evidenzia che si è giunti alle soglie di un cambiamento mentale e culturale che non dovrebbe più rappresentare un’eccezione ma uno stile quotidiano, principio che dovrebbe permeare tutta l’attività della relazione di cura. Il sostegno della pisconcologia prevede attività alternative alla prassi medica ufficiale basate su tecniche a mediazione psico-corporea quali il training autogeno, il colloquio familiare secondo l’approccio sistemico-relazionale, l’espressività delle proprie emozioni tramite verbalizzazione creativa e attività manuali da modulare e declinare a seconda delle situazioni individuali. L’operatore, così come il medico, lo psicologo, diventa anche un mediatore emozionale, una persona attraverso cui il paziente può dar voce alle ferite intessute da una malattia che porta l’individuo ad un confronto diretto con la morte. Non è la morte che ci fa paura, potremmo dire parafrasando il pensiero di Epicuro, ma il pensiero stesso di essa; il pensiero della morte che a volte si trasforma in afonia delle proprie emozioni, tanto da non riuscire più neanche a riconoscerne il suono, trasformandole in un silenzio vuoto, inerme. Il mediatore emozionale allora assume la funzione empatica di sintonizzarsi con lo status emotivo del paziente; la verbalizzazione intima e accogliente del dolore, della paura, l’esperienza di essere ascoltati nelle emozioni più recondite, la condizione di accettazione incondizionata della propria individualità e la valorizzazione ed espressione della propria storia personale, sono esperienze che riportano al centro la persona umana e le sue emozioni il più delle volte oscurati dalla malattia oncologica che come un velo si distende sull’interiorità dell’individuo rendendola amorfa e cristallizzata.
Quale formazione, allora, per le varie figure mediche e socio assistenziali che si interfacciano nel delicato ruolo di prendersi cura della sofferenza? E’ stato questo l’interrogativo che ha animato la seconda parte del convegno; quale patrimonio comune deve costituire il terreno su cui radicare una cultura della persona malata e non soltanto della sua malattia? Le competenze relazionali e comunicative vengono allora ad assumere un ruolo centrale in una situazione, come quella oncologica, in cui parole, sguardi, gesti e silenzi vanno a costituire l’essenza stessa della cura umana prima ancora che medica. Prendersi cura della sofferenza dell’altro allora non può prescindere dal prendersi cura della propria sofferenza, del proprio sentire emotivo; in questo contesto emerge l’importanza della supervisione costante delle figure socio –assistenziali, della propria autoconoscenza emotiva attraverso percorsi di crescita esperenziali. L’altro bisognoso di cura mi convoca nella sua sofferenza intrecciando con me, soggetto curante, un dialogo relazionale e circolare all’interno del quale prendono forma ed espressione le emozioni originarie delle individualità coinvolte ed è proprio in questo scambio emotivo, reciproco che ha inizio la consapevolezza della propria sofferenza e quindi la cura della persona nella sua interezza e complessità.

Per vedere la brochure del convegno: La malattia oncologica: le emozioni ferite, le emozioni che curano


Immagine tratta da: www.goodreads.com

di Carla Giaccaglini [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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