L'angoscia, un affetto che non mente

Debora Leanza esplora nella sua tesi il tema dell'angoscia, compiendo un itinerario storico tra gli autori, filosofi, psicologi e sociologi, che nelle loro trattazioni affrontarono questo affetto così presente nella società occidentale. L'obiettivo è quello di mettere a fuoco il fenomeno, che fu introdotto nell'ottocento da Kierkegaard e poi affrontato dai teorici della psicoanalisi, tra cui Freud, che se ne occupò per tutta la vita, teorizzandone l'origine e postulando l'esistenza della "nevrosi d'angoscia".
Scrive l'autrice in proposito: "Quella che Freud chiamò nevrosi d‟angoscia, si presentava in modo completo o rudimentale, isolata o in combinazione con altre nevrosi.
Il quadro clinico della nevrosi d‟angoscia comprendeva: 1) irritabilità generica, 2) attesa angosciosa (quest‟ultima era il sintomo centrale della nevrosi), 3) attacco d‟angoscia (...)Freud sostenne che, la psiche cadeva nell‟affetto dell‟angoscia, ogni volta che si sentiva incapace di combattere, mediante una reazione adeguata, una situazione esterna (vissuta come pericolo); essa cadeva nella nevrosi d‟angoscia quando si sentiva incapace di fronteggiare l‟eccitamento (sessuale), di origine endogena, e si comportava quindi come se proiettava all‟esterno questo eccitamento. L‟affetto e la nevrosi a esso corrispondente si trovavano in intima correlazione, l‟uno costituendo la reazione a un eccitamento esogeno, l‟altra la reazione ad un analogo eccitamento endogeno.
L‟affetto era uno stato transitorio di breve durata, la nevrosi uno stato cronico; ciò in quanto, l‟eccitamento esogeno agiva in un colpo solo, mentre quello endogeno come forza costante. Nella nevrosi il sistema nervoso reagiva alla fonte interna dell‟eccitamento, mentre, nel corrispondente affetto, reagiva ad un‟analoga fonte esterna."

L'angoscia, un affetto che non mente

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