Tutto si può fare, quanto può costare?

Il fenomeno dell'enjo kōsai in Giappone

L'enjo kōsai è una delle recenti “mode” diffuse tra le adolescenti del Giappone contemporaneo. Forse la più allarmante. 
Il termine, traducibile come “appuntamento ricompensato” (letteralmente “compagnia per un aiuto”, da enjo=aiuto e kōsai=compagnia) fece la sua comparsa nel 1995, a indicare la crescente tendenza tra le studentesse più giovani, per lo più tra i dodici e i diciannove anni, a concedere la propria compagnia a uomini adulti in cambio di regali costosi o denaro, a sua volta finalizzato all'acquisto di abiti e accessori firmati: la nuova borsa di Louis Vuitton, il vestitino di Gucci, l’ultimo modello di smartphone. Cose per cui vale la pena correre un rischio del genere.


E ancora più agghiacciante è constatare che le principali protagoniste di questo fenomeno sono ragazzine fondamentalmente abbienti che, viziate dall'atmosfera di smania consumistica della baburu economy (la cosiddetta “economia della bolla” caratteristica del Giappone postbellico) in cui sono cresciute e incapaci di accontentarsi, desiderano sempre di più e sembrano scorgere in questa pratica un modo comodo e apparentemente innocuo di guadagnare, quasi fosse una sorta di alternativa al lavoro part-time.


Il vero problema sarebbe dunque forse da ricercare alla base, nella molla che spinge delle normalissime studentesse benestanti a lasciarsi coinvolgere in giri del genere per soddisfare vani capricci resi degli indispensabili “must have” dallo specifico contesto storico e sociale: una società in cui il consumismo è diventato una vera e propria religione, con tanto di culti e simbologie proprie, e nella quale è il senso di appartenenza quello che conta, certificato dal possesso dei suoi specifici oggetti-simbolo. E il continuo ricambio di questi ultimi rende evidente quanto non sia l'oggetto in sé la cosa importante, ma quello che rappresenta, il dovere di possederlo come garanzia di integrazione: a livello comunitario è infatti ormai l'apparenza l’unico vero discrimine, l'immagine che si propone di sé, indipendentemente da quanto sporchi e umiliati ci si possa sentire dentro. L'unico vero (dis)crimine.

E risulta quasi automatico riconoscere come bersaglio più vulnerabile in questo processo di spietata selezione ed esclusione sociale le ragazze più giovani che, lobotomizzate dalle meccaniche di arrivismo che le circondano sin dalla nascita, sono disposte a perdere – a patto che ne abbiano mai avuto uno - ogni senso di decoro e rispetto per se stesse, pur di non rischiare di perdere il tanto sudato posto all'interno del gruppo sociale e l'occasione di rafforzarlo sempre più. Gruppo sociale probabilmente composto da persone - o forse sarebbe il caso di dire individui - altrettanto dilaniate e sfinite da questa irrefrenabile corsa al possesso, in una realtà che non sembra concedere altre vie d'uscita se non la relegazione ai margini o nei più degradati bassifondi della società, rimasti paradossalmente l'unico luogo in cui sia ancora possibile respirare spiragli di diversità, e dunque di umanità, per quanto disperata essa sia.


Il fenomeno dell’enjo kōsai sta subendo una diffusione talmente capillare e preoccupante da aver già preso posto anche tra le principali tematiche di fondo di alcune opere culturali del Paese: famoso è il caso dello shōjo manga Gals!, che illustra il fenomeno con un evidente intento di denuncia e condanna. Totalmente incentrati sul tema dell'enjo kōsai sono invece il romanzo Love & Pop dello scrittore giapponese Murakami Ryū, e la rispettiva trasposizione cinematografica ad opera di Anno Hideaki che mostrano quanto rischioso possa essere prendere con leggerezza un'attività del genere e accettare di venirne coinvolte per semplice curiosità. Ancora più al limite si colloca inoltre la trilogia Stop the Bitch Campaign, diretta da Suzuki Kōsuke e tratta dal manga Another one bites the dust di Yamamoto Hideo e Koshiba Tetsuya nella quale tali rischi vengono portati all'estremo attraverso la messa in scena di episodi di cruenta vendetta punitiva.


Gli incontri di enjo kōsai si combinano del tutto al buio, grazie alla mediazione dei dengon dial - servizi telefonici dotati di una open box in cui è possibile lasciare messaggi vocali accessibili a tutti - e dei terekura (abbreviazione nipponizzata dall'inglese telephone club) - appositi locali dove, previo pagamento di una quota fissa, i clienti possono accedere a piccole stanze provviste di un centralino telefonico e rispondere agli annunci registrati dalle studentesse, o ottenerne direttamente il numero di cellulare. Ed è risaputo che gli avvisi ufficialmente presenti a ribadire l'illegalità della prostituzione e il divieto di concordare eventuali compensi siano soltanto un espediente per consentire ai gestori dei locali di lavarsene le mani con un semplice avvertimento del tutto privo di controlli e puntualmente disatteso, come è altrettanto implicito che le telefonate spesso si concludano con un appuntamento per la pratica dell'enjo kōsai.


E nonostante la maggior parte dei clienti non richiedano davvero altro che la semplice compagnia delle giovani - per solitudine o bisogno di mostrarsi in felice compagnia agli occhi della società - e raramente si arrivi al rapporto sessuale vero e proprio, rimane comunque altissimo il rischio di subire violenze o contrarre malattie, soprattutto in considerazione del tasso esponenziale di criminalità dell’odierna società giapponese.

Per quanto criticabile sia la mancanza di controlli da parte delle autorità giudiziarie e dei proprietari dei locali, tuttavia, le responsabilità più concrete andrebbero probabilmente ricercate nell’ambito quotidiano, nelle più vicine figure di riferimento dei giovani: genitori e insegnanti su tutti. I primi, infatti, sempre più assenti e troppo occupati a soddisfare una compulsiva fame di carriera per poter trovare del tempo da dedicare alla famiglia, tendono sempre più ad abdicare al proprio compito educativo e a lasciare i figli abbandonati a se stessi. Ed è così che questi ultimi, ritrovandosi del tutto ignorati e trascurati finiscono spesso per reagire o con una totale chiusura e rifiuto del mondo esterno e dei rapporti col prossimo – ed è questo il sempre più discusso e preoccupante fenomeno degli Hikikomori – o con un’eccessiva sfrenatezza e libertà di fare tutto quello che vogliono senza alcun controllo o punizione – ed è in questo caso che rientra la pratica dell’enjo kōsai. E nemmeno dall’ambiente scolastico sembra giungere alcun sostegno educativo: nel Paese del profitto per eccellenza le scuole sono sempre più rigide e pretenziose, al punto da consentire l’accesso alle Università più prestigiose esclusivamente agli studenti con risultati più che ottimi. Un'atmosfera opprimente e satura di stress e vorace competitività, nella quale è quasi inevitabile che si accumulino rabbia e insofferenza che in diverse occasioni finiscono per sfociare in comportamenti violenti (sempre più frequenti sono gli episodi di bullismo, pestaggi o casi più gravi di criminalità giovanile) oppure, dall’altro lato, in atroci, umilianti degradazioni a livello personale in coloro che preferiscono fare i conti con la propria coscienza piuttosto che con la legge e procurarsi tramite attività meno perseguibili, per quanto altrettanto deplorevoli, gli oggetti necessari per non essere esclusi dal gruppo e siglati come “diversi”.


Benvenuti nell’era del materialismo. Di una generazione di giovani nati e cresciuti nel clima di profondo benessere ed espansione economica di quella che viene definita la nuova società dei consumi. Una società orfana degli ideali etici tradizionali, rivelatisi fallimentari in seguito alla tragica esperienza del bombardamento atomico, che comincia così a fondare la propria essenza su precetti prettamente materiali: l'unico metro di giudizio universalmente condiviso sembra essere diventato quello economico, come se il valore delle cose si misurasse in base al loro prezzo.


Il desiderio che spinge tante giovani a vendere il proprio corpo in cambio di beni di consumo “che non si possono non possedere” è dunque un desiderio scaturito da una mancanza ben più tragica: un vuoto interiore e congenita carenza di affetto che nessun bene materiale potrà mai colmare. Quell’affetto che non si ritrova quasi più nelle relazioni umane, già divenute nuclei di gelida sterilità, superficiali ed effimere come i desideri, e nelle quali di umano è rimasto ben poco.

di Mara Mignani [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »]

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