Fight Club

Il romanzo Fight Club di Chuck Palahniuk ha uno stile conciso e delirante. Non si sa l’età dei protagonisti o l’etnia di appartenenza, tutto è possibile, una immagine di una immagine, il sogno è la trama e la realtà è un insieme di piccoli frammenti taglienti che accadono senza un perché, improvvisi, inspiegabili al protagonista e quindi al lettore. Una realtà subita e poi pensata e ricollegata come in un lungo viaggio in treno: Tutto è confuso fuori dal finestrino, i contorni sfocati, le immagini sfrecciano e ciò che è chiaro è solo il tuo corpo, le tue mani, parti di te stesso. Comprendi ciò che vedi che è già passato, andato, lontano.
Il protagonista non ha nome, è solo voce narrante.

Chi è questo “io”, chi è la voce narrante? È un uomo qualsiasi, un operatore di una grande azienda, la cui mansione è coordinatore delle operazioni di ritiro dal mercato. La vita si scandisce lentamente minuto per minuto tra viaggi in aereo e pratiche d’ufficio che riducono le persone in numeri e statistiche. E il mondo fuori dall’ufficio non è migliore. La perfezione di corpi ideali nei cartelloni pubblicitari traccia nuovi canoni di normalità nell’immaginario collettivo e induce a una lenta assuefazione: Forse “l’auto-miglioramento non è la risposta”; le marche e le multinazionali scandiscono il ritmo della quotidianità e degli acquisti in una società ridotta a un puro meccanismo di consumo. Nella sua vita tutto è perfetto, tutto è completo: l’appartamentino arredato con mobili Ikea artistico-funzionale, “compri mobili e dici a te stesso, questo è il divano della mia vita”. Una vita intera per comprare roba, “Finché poi sei intrappolato nel tuo bel nido, finché poi le cose possiedono te”. Vive da solo e soffre d’insonnia. Per contrastarla frequenta da due anni, sotto false spoglie, gruppi di sostegno per persone affette da mali incurabili alla ricerca di una dimensione a lui più consona o come antidoto alla solitudine urbana, finché la sua casa non salta in aria. Dolo, incidente o premeditazione, non ha poi troppa importanza; quello che importa, invece, è che proprio quella notte il protagonista consuma la sua transustanziazione, creandosi come un demiurgo il suo mondo privato.

Questo mondo parallelo è appunto il fight club e lui deve dividerne genesi e dominio con il carismatico Tyler Durden. Il fight club è un circolo clandestino i cui membri si ritrovano per affrontarsi a pugni, allo scopo di sfogare le proprie frustrazioni e insieme assaporare la lotta e il dolore fisico, per risvegliarsi dall’intorpidimento a cui la società contemporanea pare condannarli. Possiamo definire Il fight club una vera e propria organizzazione nella quale l’interazione tra le persone è finalizzata alla realizzazione di se stessi e non di processi trasformativi nell’ambiente. Divenuta la lotta motivo di cura di se stessi, essa è ritualizzata e sacralizzata, identificata come messaggio di salvezza dal carismatico fondatore Tyler Durden. L’aggressività ritualizzata ripete se stessa sempre in termini uguali, tanto da acquisire una dimensione atemporale. Le poche regole sono introiettate dai partecipanti e il totale consenso porterà alla formazione del progetto caos, fondato sugli stessi principi ma finalizzato alla trasformazione della società. Il progetto caos mira alla distruzione di qualsiasi gerarchia e alla distruzione dell’istituzione sociale che perpetua tale gerarchia. Il progetto caos si trasforma in coefficiente disturbatore di una società che si dice perfetta e razionale. Una società che si serve delle proprie agenzie di socializzazione funzionali alla stabilità della struttura, in cui l’individuo non ha spazio, in cui il diverso viene recluso o allontanato, in cui i suoi stessi rifiuti, ai margini del sistema, attaccano il sistema stesso e si ribellano. Emblematico a tal proposito è ciò che Tyler dice al presidente sindacalista: “io sono immondizia e follia per te e per questo piccolo mondo, a te non importa dove vivo o come mi sento o che cosa mangio o che cosa do da mangiare ai miei bambini o come pago il dottore, io sono stufo e debole, ma sono sempre una tua responsabilità”. Avere responsabilità significa aver cura dell’altro, laddove l’altro è il debole, il bisognoso, il povero. Aver cura di qualcuno significa vivere il male dell’altro come se fosse proprio, sentirsi responsabili del male dell’altro. E che dovrebbe essere alla base di una reciprocità autentica. Ma fight club va oltre. Non solo denuncia una società fallocentrica che non prende in cura ma attacca anche l’istituzione della famiglia, che ha sempre più allungato la condizione neotenica dell’essere umano, sempre più dipendente affettivamente e psicologicamente, incapace di lottare e di sopravvivere nell’ambiente competitivo.


Chi è Tyler Durden? Tyler Durden non esiste; è una proiezione del narratore, uno sdoppiamento della sua personalità, che ha creato per vivere quell’esistenza affascinate e ribelle che non ha mai avuto il coraggio di tentare. Il rapporto fra l’artefice e la sua creatura è aberrante, sproporzionato, al di là del principio di realtà. Una realtà allucinata che trae la sua origine nell’impossibilità di dormire del protagonista. Il “desiderio di potenza” si oppone al contrasto con la realtà attraverso una fuga immaginaria nella psicosi, questa stessa realtà viene come rimpiazzata, ricostruita ex novo e sfrondata da tutti quegli aspetti che sono in aperto conflitto con il soggetto. La realtà di Fight Club è il protagonista stesso, che nei diversi passaggi si identificherà ora con un organo del corpo ora con un altro, quasi a collocare idealmente i diversi aspetti del “reale” come altrettanti organi del corpus mentale del protagonista. È qui che l’abilità della scrittura di Palahniuk si manifesta in pieno, nel continuo celare e svelare l’ordine immaginario e quello reale dei “dati”, all’interno di un tessuto narrativo che ibrida l’istanza razionalizzante alle fughe immaginifiche del protagonista.

Sullo scambio fra l’onirico e il reale è lui stesso che dichiara l’impossibilità di una consapevolezza: “Quando soffri d’insonnia non sei mai realmente addormentato e non sei mai realmente sveglio”. Come a dire che la consapevolezza del protagonista, viene definita come impossibilità di identificarsi in una appartenenza ad una o all’altra dimensione, quasi che, una volta varcata la soglia che separa l’ordine diurno (regno dell’Io, dell’identità sociale) da quello notturno (regno dell’ es, del desiderio che eccede l’Io), i due ambiti tendano a confondersi, ponendosi nei loro limiti come distinguibili ma non discernibili.
Nella sequenza della terapia di gruppo il protagonista trova il “suo animale” nella visione della caverna. Questa visione viene chiaramente marcata da Palahniuk quasi ad indicare la coscienza di un tale processo di codificazione soggettiva del reale.

Il circuito d’indiscernibilità si manifesta nell’ingresso “non controllato” di Marla Singer all’interno di questo spazio personalissimo del protagonista: In una riproposizione della medesima caverna, il perturbante-Marla si sostituisce al pinguino provocando la confusione fra le due dimensioni. Marla entra all’interno dell’immaginario del soggetto provocando uno shock e, impennandosi a simbolo, già più volte segnalato dal protagonista (“Se avessi un tumore lo chiamerei Marla”), non viene riconosciuta per ciò che è, come reale, ma come minaccia fantasmatica e persecutrice, che provoca nel protagonista come difesa la creazione di una nuova realtà: “ed è così che ho conosciuto Tyler Durden”. La coesistenza immaginaria di Tyler e il protagonista è da riferirsi alla relazione inconscia fra quest’ultimo e Marla, nel senso che la rimozione operata sul perturbante provoca le creazione di un Io immaginario che affronti il reale in sua vece, mentre ciò che ha provocato questo processo verrà rimosso (come il misconoscimento dei rapporti sessuali con Marla, dirottati su Tyler). Ciò che il protagonista sconosce è il riconoscimento di una propria carenza e di una propria specificità, bisognose di una complementare carenza e specificità dell’altro. Tyler supplisce alla carenza con un se stesso onnipotente. Gli stessi Tyler e Marla sembrano rappresentare la duplicità pulsionale (libido e destrudo) presenti in ognuno di noi. Articolandosi lungo le due direttrici mors tua vita mea e mors mea vita tua: in Tyler prevale la fantasia predatrice che affida la propria sopravvivenza alla distruzione di tutto, la storia umana e le istituzioni culturali, cioè la libido è incentrata sul sé e la destrudo è orientata sul fuori di sé; in Marla, prevale la modalità masochista, secondo la quale l’oggetto predatore avrà vita solo con il sacrificio del sé. La pulsione libidica è incentrata fuori di sé e la destrudo sul sé. Infatti è sintomatico che Tyler rappresenti il capo carismatico capace di distruggere tutto con pochi articoli da cucina “fai da te”, e Marla sia stata salvata da Tyler da un illusorio suicidio, conferendogli l’onnipotente fantasia del genitore unico che può dare vita a tutto. In entrambi i personaggi vi è una totale distruttività incontrollata.

Palahniuk ha dato vita alle nostre pulsioni con dei personaggi, cercando di rappresentare la dinamica interna dell’io soggetto all’angoscia del conflitto innato di vita e di morte. Il protagonista ha una vita perfetta ma non dorme più. L’unico modo di esser felice è ascoltare gente che sta morendo, è vedere la morte. Ma la morte stessa in realtà è l’unica paura. È un modo per scongiurarla, mente agli incontri, ne esce rinato, generato nel sentirsi salvo.

Chuck Palahniuk, Fight Club, Mondadori editore (2004)

di Emanuela Dioguardi [Leggi la sua biografia »] [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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