Il Bagno Badgered

Una fiaba persiana interpretata

Hatim at-Tai, un coraggioso cavialiere al servizio della Regina Husn Banu decise di esplorare il Bagno di Badgerd su suo invito, ovvero il Castello del Nulla. Lungo la strada incontrò un vecchio che lo mise in guardia: nessuno è tornato dall'esplorazione di Badgerd perchè il re Haribit di Qatan si oppone e rapisce chiunque tenti l'impresa. Ma Hatim decide di partire ugualmente e il vecchio gli indica il cammino. Lungo la strada si ritrovò un villaggio in cui si svolgono festeggiamenti: nel deserto abitava un ferocissimo drago che di quando in quando assumeva fattezze umane. In quell’occasione gli venivano condotte tutte le fanciulle del villaggio e si celebrava una grande festa, al termine della quale il drago sceglieva la più bella. La felicità degli abitanti è solo apparente e Hatim decide di aiutarli. Con degli stratagemmi e usando un talismano antico riuscì a sconfiggere e uccidere il drago e il re del villaggio gli offrì oro e argento che Hatim distribuì ai poveri. Ripreso il viaggio si ritrovò in un deserto e si perse, ritrovandosi accerchiato da animali feroci. Gli comparve allora il vecchio che lo esortò a utilizzare il talismano per disperdere gli animali che si sbranarono tra loro. Poi si imbattè in una foresta di bronzo nella quale si ferì i piedi, quindi incontrò scorpioni giganti. Ancora comparve il vecchio che lo esortò a usare il talismano, che ancora una volta indusse gli scorpioni a sbranarsi.
Finalmente Hatim arrivò alla città di Qatan e qui si ingraziò il feroce re Haritib con pietre preziose. Si intrattenne con lui per dei giorni sempre facendogli doni preziosi. Alla fine gli chiese di poter esplorare il Bagno Badgered e il re acconsentì. Lungo il cammino si imbattè nei soldati di Saman Idrak, il guardiano del Bagno. Grazie al salvacondotto del re Hatim riuscì a passare, ma al di là della porta del Bagno vde un deserto e si rese conto che stava andando incontro alla morte. Si incamminò per il deserto e incontrò un giovane che gli diede uno specchio e si offrì di accompagnarlo al Bagno. Entrò in un edificio immenso, il tanto ricercato Bagno, sulla cui porta era scritto : “Questo luogo incantato, costruito al tempo del Re Giayomart, rimarrà a lungo un simbolo. Chiunque cada sotto il suo incantesimo non avrà scampo, ma stuèpuor e orrore saranno il suo destino. Anche se mangerà dei frutti del giardino, avrà fame e sete finchè vivrà. Anche se potrà contemplare tutte le meraviglie del luogo, gli sarà difficile uscire per raccontarle”. Una volta entrato la porta scomparve dietro di lui. Entrò dunque nell'acqua ma all'imporovviso si sentì un tuono e tutto si fece buio. Quando tornò la luce il giovane era sparito e l'acqua si alzava sempre più nell'edificio, Hatim nuotò finchè battè la testa contro la pietra rotonda in cima alla cupola dell'edificio. Nell'istante in cui la toccò ci fu un altro tuono e Hatim si ritrovò nel deserto. Viaggiò fino a raggiungere un giardino nel quale entrò e ancora ne rimase imprigionato. Il giardino era pieno di alberi da frutta colorati, Hatim ne colse parecchi che però non lo sfamavano. Al centro del giardino c'era un castello circondato da statue di pietra. Dal castello un pappagallo lo chiamò. Sulla porta c'era scritto “Oh servitore di Dio, forse non uscirai mai vivo dal Bagno Badgerd. Questo luogo fu stregato da Gayomard. Un giorno in cui era a caccia trovò un diamante che aveva lo splendore sfolgorante del sole e il pallido lucore dell’astro notturno. Lo prese e, pieno di stupore lo mostrò a tutta la corte e ai saggi, domandando se mai avessero visto una pietra simile. Risposero che mai e poi mai in tutta la loro vita essi avevano visto tanto splendore concentrato in una pietra di così rara bellezza. Così Gayomard disse loro che voleva custodirla in un luogo dove nessuno mai avrebbe potuto trovarla. Per sottrarla alla cupidigia degli uomini, mise in opera tutti questi incantesimi e innalzò il Bagno Badgerd. Anche il pappagallo appollaiato nella sua gabbia è sotto il suo sortilegio. Oh servo di Dio nel Castello su un trono d’oro troverai un arco con delle frecce. Se vuoi uscire di qua scocca le frecce e uccidi il pappagallo; se lo colpirai romperai l’incantesimo; se lo mancherai, diverrai una statua di pietra.”
Hatim entrò dunque nel castello, trovò l’arco e le frecce posati sul trono d’oro e, tirò al pappagallo due volte senza colpirlo; la terza volta, con gli occhi chiusi, lo uccise. Ci fu di nuovo buio e si sentì il tuono, ma quando tornò la luce, Hatim trovò un enorme, fulgidissimo diamante. Le statue erano tornate vive e seguirono Hatim fino a Qatan. Di lì tornò dalla Regina Husn Banu, cui donò il diamante e poi se ne tornò al suo paese, lo Yemen, dove ereditò il trono di suo padre, vivendo felice contento per il resto dei suoi giorni.

Interpretazione della fiaba

Nella fiaba si nota che l’impresa a cui l’eroe è chiamato è promossa da una donna. In base a ciò che è stato delineato a proposito dell’Anima si può supporre che sia proprio lei a promuovere la meta sconosciuta, l’esplorazione del Bagno Badgerd (castello del nulla). Tale luogo è l’ignoto che può essere identificato con l’inconscio, ovvero, con quella parte della psiche che l’eroe (uomo) ancora non conosce. Molto spesso l’Anima crea nell’uomo sentimenti di inquietudine o di nostalgia che lo spingono alla ricerca di qualcosa di ancora non ben definito, egli non sa dire che cosa sia ciò di cui va alla ricerca, la sua meta è misteriosa e sconosciuta, ma la spinta alla ricerca è ugualmente molto forte. Si può dire che la proposta della meta che l’Anima fa all’uomo è il processo d’individuazione, tale meta rimane, però, misteriosa fintanto che non la si è raggiunta.
Prima di arrivare a conoscere tale meta il nostro eroe, Hatim, incontra sul suo cammino una serie di ostacoli i quali, debbono essere superati per poter arrivare a scoprire cosa si nasconde all’interno del Bagno Badgerd. Prima di intraprendere il suo viaggio Hatim, viene avvicinato da un Vecchio, il quale dopo i primi tentativi di dissuaderlo dall’intraprendere l’avventura, gli da’ consigli circa la strada da prendere. Possiamo paragonare questo Vecchio alla voce interiore che i romani chiamavano Genius ed i greci Daimon, la quale è la voce del Vecchio Saggio, ovvero l’Archetipo dell’uomo mana.
Non appena si mette in cammino Hatim si trova ad affrontare una prima prova: liberare una città da un Drago (Ginn) che annualmente cattura e divora una giovane vergine del luogo. Il nostro Eroe affronta e sconfigge il Drago con vari stratagemmi, lo imprigiona e lo sotterra ma, non lo uccide. Usando stratagemmi Hatim allontana solo temporaneamente il confronto con tale complesso; psicologicamente questo significa razionalizzare il problema ricorrendo al potere di analisi della ragione. La razionalizzazione non è, però, mai positiva perché, il sintomo legato al complesso si ripresenterà in forma diversa, fintanto che l’Anima non sia stata riconosciuta ed integrata nella personalità conscia. Il fatto poi che Hatim sotterri il Drago sta a significare che oltre a razionalizzare il conflitto con l’Anima egli l’ha anche rimosso. Proseguendo nel suo cammino Hatim si trova ad un bivio, deve scegliere la strada da percorrere e dimenticatosi del consiglio del vecchio, sbaglia ritrovandosi al cospetto di belve ibride. Riuscirà a sconfiggerle solo all’intervento del Vecchio e all’uso della magia. Analizzando questo passaggio si nota come il non aver seguito la voce interiore porta l’eroe ad affrontare nuovi complessi che ruotano intorno all’Io.
L’entrata di Hatim nel Bagno corrisponde alla trasformazione interiore, trasformazione che avviene in qualsiasi uomo impegnato nel processo d’individuazione. Una volta introdotto nel bagno l’eroe vede una cupola alta che sembra toccare il cielo, voltandosisi accorge che la porta è scomparsa ed egli si trova murato dentro. Questo è davvero un tema da incubo ed è sperimentato da tutti coloro che in sogno si trovano prigionieri. La prigione è uno dei simboli del Se’ ed è esperita come angosciante e minacciosa fintanto che l’uomo ha paura di esso. Anche il tema dell’annegamento corrisponde al sentirsi intrappolato nel proprio essere, ed al dover affrontare l’inconscio, il quale emerge in maniera sempre più incalzante e minacciosa. L’annegamento corrisponde al processo inconscio attraverso cui il Se’ “rinasce” o “passa” ad uno stato in cui può essere sperimentato ; per il Se’, infatti, entrare nel campo della consapevolezza dell’Io equivale a decadere o ad annegare poiché, è una vera e propria discesa nell’incoscienza. Il Se’ si trova in uno stato di pienezza solo quando è inconscio,per cui essere costretto nella ristretta sfera dell’Io equivale per lui al sentirsi prigioniero o ad annegare. Il Se’ è molto più vasto dell’Io e dunque l’Io è impossibilitato ad accoglierlo tutto, ciò che si può fare, durante il processo d’individuazione, è portarlo alla consapevolezza lentamente, assimilarne i contenuti poco alla volta, tale è il motivo per il quale tale processo può non avere fine.
L’acqua lo spinge fino alla cupola, portandolo a toccare la pietra centrale, tale pietra è il simbolo del Se’ perché, nelle costruzioni la pietra che si posa per ultima è quella che regola l’intera struttura, essa è il punto di convergenza di tutto l’edificio. Appena tocca la pietra la situazione sembra alleggerirsi, ma Hatim comprende che la situazione non è migliorata perché, ora si trova nel mezzo di un deserto, dove ogni cosa può accadergli. Hatim sa, però, che essendo scampato all’acqua può sfuggire anche agli sltri “sortilegi” e “maledizioni”. Tale osservazione è giusta perché, nel processo d’individuazione, l’uomo si trova sempre al cospetto di nuovi “complessi” che devono essere compresi ed integrati; ogni volta egli crede che non ci sia via d’uscita alla sofferenza.
Nella fiaba il passaggio in cui si parla di Hatim che vaga nel giardino i cui frutti non sfamano, può essere paragonato all’aspetto materno dell’inconscio, in quanto creatore di illusioni e della facoltà immaginativa. Se traduciamo i simboli presenti in linguaggio psicologica, possiamo dire che l’inconscio possiede il diamante, ovvero, la possibilità di giungere alla personalità totale, ma che tale meta può essere raggiunta solo attraverso una guida che sappia decifrare i simboli che esso invia.
Un altro simbolismo molto forte, riguardante il processo d’individuazione è dato dalle statue di pietra e dalla concentrazione interiore che Hatim deve avere per colpire il pappagallo, al cui interno si trova il diamante. Hatim riesce a colpire l’uccello solo nel momento in cui non si abbandona in modo estroverso ai suoi sensi, è nel momento in cui rivolge lo sguardo nella profondità della sua anima, che si concentra totalmente e intelligente con il Sé che riesce nella prova. Nella realtà ciò indica che si deve rinunciare alla supremazia ed al dominio dell’Io per arrivare alla totalità. Il parallelismo tra il diamante ed il Sé è dato oltre che dall’indistruttibilità di entrambi, anche dalla loro capacità di svilupparsi in maniera unica.
Il simbolismo delle statue di pietra ha molta risonanza con il processod’individuazione e possiamo interpretarlo sia a livello oggettivo che soggettivo.
Oggettivamente esse rappresentano il processo d’individuazione al negativo, rappresentano la pietrificazione dell’individuo. Dal punto di vista soggettivo, le statue di pietra rappresentano i complessi autonomi o le parti della personalità dell’uomo impegnato nel processo d’individuazione; Hatim che salva gli altri uomini divenuti statue, significa la riuscita del processo stesso perché, simboleggiano l’armonizzazione delle varie parti della personalità.
Il diamante presente assume anche il simbolo di unificatore degli opposti pulsione-spiritualità, esso è quindi l’asse della totalità del Sé in cui le pulsioni animali dell’uomo vengono riconciliate con la spiritualità in modo da formare nuovamente un tutt’uno. L’eroe è quindi colui che sa andare alla ricerca della verità, non da’ nulla per scontato; attraverso la sua geniale intuizione centra il bersaglio, riuscendo a penetrare l’esatto significato della verità originale coglie il simbolo della totalità.

di Marina Visvi [Visita la sua tesi »]

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